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ferruzzano_la_terra_trema200pxLa strada più facile e più agevole per raggiungere Ferruzzano nella Locride è la statale 106, quella che, sulla sponda jonica o greca come diceva Corrado Alvaro, da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento; quella che un tempo ti catturava con le colline di creta aride, con i poggi antichi, e che oggi attraversa un’infinità di nuovi centri, il cui nome, preceduto o seguito da marina, ti invita a guardare le torri distrutte, le case vuote, i campanili colorati dei paesi di sopra che si sono, a volte lentamente, a volte repentinamente, spostati in basso, lungo la costa, quasi in prossimità del mare, trasportando anche il nome. Una strada sorta per collegare i nuovi centri adesso è resa invisibile dalle case che la opprimono e dal traffico intenso e lento delle macchine. Case cantoniere dismesse, pilastri di cemento come scheletri al cielo, qualche albergo in abbandono, caselli e stazioni ferroviarie chiuse ti ricordano che la modernità è diventata già rovina.
Superati Bovalino marina, il bivio che porta a S. Luca, Bianco e Africo Nuovo, s’incontra  Ferruzzano Marina, formato da una serie di casette a schiere e di villini sorti anni recenti. Si potrebbe pensare a una sorta di surmoderno non luogo, ma Calabria è difficile trovare davvero un non luogo: anche il villaggio più anonimo, nato per caso e senza alcun criterio urbanistico, ha una storia altrove, una geografia all’interno, uno sguardo rivolto al passato e al futuro. Bisogna lasciare la 106 e salire verso l’interno. Dopo qualche chilometro si arriva alla frazione Saccuti (o Baracche), il posto dove dopo il terremoto del 1907 si sono costruite della baracche provvisorie, poi diventate quasi definitive. Oggi sono rimaste non più di trenta persone.
«Ferruzzano è costruito sopra una rocca collocata esattamente sopra Bruzzano, all’estremità di un contrafforte dell’ Aspromonte. Questa rupe è talmente a picco che si direbbe la terrazza d’un castello fantastico edificato da giganti. Sembra che le genti di questo paese abbiano cercato, per viverci, il luogo più dirupato che abbiano potuto trovare, e che tra il mondo e loro abbiano voluto sopprimere, fin quanto possibile, qualsiasi forma di comunicazione». Così scriveva Jean Carrère (La terre tremblante. Calabre et Messine (1907-108-1909), Plon, Paris, 1909) all’indomani del terremoto del 1907, che aveva distrutto il paese. 
Il paese è appeso, arroccato, circondato da rocce biancastre, quasi incerto tra montagna e mare, indeciso se aggrapparsi alle montagne alle spalle o tuffarsi dall’alto dei suoi 475 metri di altezza tra i baratri e dirupi che lo costeggiano, verso le sabbie, la marina e il mare. Secondo una leggenda un giovane guardiano di porci per conto di una famiglia di Motticella, un giorno vede una scrofa che comincia a scavare la terra con il grugno fino a quando non estrae dal terreno due calderoni di ducati, sepolti forse da qualche pirata o da qualche brigante. Il mandriano, senza dire niente a nessuno, nasconde il tesoro in un altro posto, un giorno scompare e ritorna molti anni dopo, ormai grande, con il titolo di barone, stabilendosi a Ferruzzano. Altre leggende parlano uomini e donne, prigionieri dei turcheschi e anche di uno schiavo turco, che fa il saggio in una ricca famiglia del paese.
Gabrile Barrio nel “De antiquitate et situ Calabriae” (1571) non fa riferimento a un luogo denominato Ferruzzano, ma Giovanni Fiore da Cropani nel I volume “Della Calabria Illustrata” (1691) lo nomina come villaggio di Bruzzano fin dall’inizio del XIV secolo. Gino Gullace (… E l’America ci salverà dai nostri bisogni…Mapograf, Vibo Valentia, 1990), uno dei più noti e brillanti giornalisti italoamericani del secolo scorso, nato a Ferruzzano, accenna a un’indicazione su un antico mattone: «Prima casa di Ferruzzano, paese fondato dai briganti nel 1475».  Il nome alluderebbe al carattere indomito, duro come il ferro, dei primi abitanti. Il paese si afferma in epoca moderna come sito favorevole alla pastorizia e a distanza di sicurezza dalle coste ancora insidiate dai pirati e dalla malaria, che a inizio Novecento domina ancora lungo le coste.
I tanti palmenti, rinvenuti e schedati meticolosamente dallo studioso Orlando Sculli, per la maggior parte risalenti all’epoca bizantina (alcuni sarebbero di età precedente l’arrivo dei greci), le grotte e i resti basiliani di cui è ricca la zona, ci pongono di fronte a una storia più antica, di lunga durata, di fondazioni e abbandoni, ricostruzioni, spostamenti all’interno, “reimpaginamento” continuo dei luoghi.
Documenti significativi risalgono al periodo francese, quando l’Università di Ferruzzano, registrata il 24 settembre 1809, è formata è formata da pecorai, braccianti, contadini, massari. Il primo sindaco è analfabeta e bovaro. Dopo l’unificazione nazionale i massari cominciano a mandare i loro figli all’Università (soprattutto a Napoli) e in poco tempo, come ricorda Gullace, si forma una classe composta da maestri elementari, abati, farmacisti, segretari comunali, avvocati, notai, medici. A fine Ottocento la vita del paese conosce una grande mobilità. Dalla Piana (Oppido, , Seminara) vi giungono artigiani, calzolai, muratori, sarti, fabbri ferrai, falegnami. Le partenze per l’America cominciano attorno al 1880: centinaia di ferruzzanesi (o ferruzzanoti) finiscono nell’area di Buffalo-Rochester dove c’era bisogno di manodopera per scavare canali e costruire ferrovie. Per gli  “americani” mandare a scuola i propri figli diventa lo scopo di una vita: si afferma una categoria di medici, avvocati, insegnanti, ragionieri, tutti figli di emigrati che si allontanano dalla condizione di chi era rimasto in paese a fare il contadino, il pastore, il calzolaio.
Antonio Margariti, nato a Feruzzano nel 1891, in America! America! (Galzerano, Casalvelino Scalo, 1979) ricorda la miseria dei ceti popolari a cavallo tra Otto e Novecento: un inferno e l’America rappresentava il Paradiso.
Il terremoto del 23 ottobre 1907 sconvolge la vita di sempre. I piani dell’Aspromonte e l’area grecanica erano stati colpiti in maniera significativa il 16 novembre 1894. Vi furono un centinaio di morti, di cui 48 a S. Procopio. L’8 settembre 1905 un terribile flagello, che provoca 557 vittime, aveva interessato i paesi del Vibonese, del Lametino e della provincia di Cosenza. Il fortissimo terremoto del 23 ottobre 1907 (come ricorda Emanuela Guidoboni) colpisce i centri del litorale ionico meridionale della Calabria, ubicati sulle pendici sud-orientali dell’Aspromonte. Muoiono 167 persone, di cui 158 solo a Ferruzzano. 9 a S. Ilario, in una frazione di Bianco e a Casalnuovo di Africo. Le case erano costruite con materiali poveri, in genere senza fondamenta. Un ingegnere del Genio Civile paragonò l’abitato di Ferruzzano a un «piatto sostenuto da un insieme di birilli».
Il sisma sorprese la gente nel sonno. Si sentì un sinistro boato, poi, come scrive Gullace, «le case cominciarono a sussultare e a ondeggiare come una nave in tempesta». Margariti lascia una drammatica testimonianza.
«Quella notte era rimasto anche il padrone nella masseria: dormivamo nella stessa stanza, lui nel letto ed io per terra dentro un sacco... Verso la mezzanotte il lamento del padrone mi ha svegliato, avevo un sonno fortissimo e mi sono ribellato contro il padrone che mi aveva interrotto il sonno. Lo intravedo nella notte buia, sulla porta che pregava e gridava: “pietà e misericordia!”. Stentavo a capire la ragione di questo suo atteggiamento, quando…quando una forte scossa di terremoto mi fa capire la tragedia che stava per iniziare ed ebbi tanta paura: in un attimo balzai dal sacco e fui fuori. Fu la prima volta che mi trovai di fronte a quel terribile fenomeno: la campagna ondeggiava come acqua del mare, gli alberi battevano con le cime per terra – una terribile punizione che madre natura crudelmente infligge all’uomo. Non molto lontano da noi c’era la mandria delle pecore di Domenico Carrà e di Bruno Marrapodi, un ragazzo della mia stessa età, e le hanno portate nel nuovo ovile costruito vicino la nostra casa. Carichi di paura entrammo nel pagliaio, accendemmo il fuoco e ci sdraiammo per terra pregando il buon Dio affinché fermasse quel terribile tremolio della terra, ma non esaudì la nostra accorata preghiera e per tutta la notte la terra continuò ad ondeggiare. Per l’indomani il padrone aveva stabilito di seminare il lino e durante le notte, mentre la terra tremava, mi mandò a prendere il fieno e la paglia per gli animali, nella casa che poteva crollarmi addosso da un momento all’altro: lui non uscì dal pagliaio ed io ero troppo ingenuo per conoscere il pericolo».
Il povero giovane deve continuare il lavoro in campagna, lontano dal paese, dai propri familiari, che rivedrà soltanto dopo qualche giorno tra le macerie.
Jean Carrère, con altri tre osservatori, tra cui Eduardo Ximenès. direttore dell’ “Illustrazione Italiana”, giunge il 27 ottobre a Bruzzano e il giorno successivo a Ferruzzano.
Il quartiere dei ricchi, quello situato ai limiti estremi della piattaforma naturale, si «distende a noi nel disordine delle sue macerie confuse. Si direbbe lo sventramento d’una città per opera di misteriosi demonii della notte. A contrade, la montagna si è aperta, inghiottendo brandelli di mura; altrove, è crollata fino in fondo al burrone, trascinando pietre, travi, mobili, e genti” case rase al suolo, disfatte fino all’ultima pietra, come se una turbinosa vertigine le avesse scrollate. Soli, restano in aria dei lunghi tronconi aggrovigliati, ed alcuni, da lungi, par che a vicenda si puntellino, come se gli edifici, cadendo, abbiano tentato lo sforzo supremo di sostenersi l’un l’altro contro l’invisibile nemico».
Vento che solleva povere, macerie, ruderi, soldati che vanno ancora alla ricerca dei morti: è un “lugubre spettacolo”, che genera sia nei superstiti quello stato di apatia e di melanconia, segnalati dagli osservatori di altri terribili flagelli.
Donne sbandate, terrorizzate, dopo una nuova scossa, hanno racimolato gli oggetti più necessari. Se ne «vanno portando in equilibrio sulla testa, chi un materasso, chi della biancheria e chi ancora degli utensili, in fagotti sì pesanti che un uomo ordinario stenterebbe a trascinarli. Ma queste infelici sono da tempo abituate a questa sorta di fatiche…».
Le «dolorose viandanti» avanzano in un viottolo angusto «dritte, la testa immobile e grave, proteso il petto, incedendo sicure, pur sui sassi malfermi». Sembrano sostenere, come le cariatidi che sostenevano i palazzi, «sul capo le proprie case, i loro poveri focolari sgominati e tutto il loro paesuccio».
Non sanno bene dove vanno, laggiù, dicono con un gesto vago, verso l’ignoto, un lontano e misterioso governo di cui hanno inteso parlare come di una cosa onnipotente e provvidenziale.
Il popolo è ammassato in una piazza vasta, all’estremità del borgo, i bambini giocano, le donne cucinano, i macellai tagliano le carni, gli uomini chiacchierano. Una campana squilla e annuncia una messa all’aperto. Le donne si inginocchiano sulla nuda terra, gli uomini fan circolo col cappello in mano. Preghiere e litanie commuovono gli osservatori. Anche in questa circostanza vengono segnalati quei comportamenti religiosi, superstiziosi, di indifferenza generati da un senso di perdita della presenza e da una sensazione di fine del mondo.
La bellezza del paesaggio, i cerulei riflessi del mare Jonio ritornano come un topos narrativo unito a quello dell’indifferenza delle popolazioni.
I soccorsi, in realtà, arrivano con ritardo, quando le popolazioni, in preda all’angoscia e al terrore, avevano speso tutte le loro energie per rimuovere le macerie. Margariti ricorda che i militari «rompevano le porte delle cantine, nelle quali i ferruzzanoti avevano conservato vino, prosciutti, formaggi, capicolli, salsiccia, supressate e se ne impadronivano. Nonostante la tragedia i paesani dimostrarono di essere forti e coraggiosi […]era tutto infettato, finanche l’acqua. I morti che tiravano dalle macerie venivano accatastati in una piazza, coperti con le lenzuola e sopra di loro si buttava della calce vergine in attesa che venissero scavate le fosse. In queste preoccupanti condizioni non so proprio come gli altri siano riusciti a sopravvivere tra gente malata e senza medicinali».
Il terremoto genera una sensazione di fine del mondo. L’America diventa ancora una via di uscita per quelle persone che non sopportano quella fine del mondo. Uno zio di Gino Gullace, di appena 17 anni,  che perde sotto le macerie la fidanzata, è assalito da terribile febbri che lo fanno delirare. Il padre capisce che bisogna farlo emigrare «perché quella sarebbe potuta essere la terapia più efficacia al suo dolore».
Il senso di smarrimento e l’idea che la propria vita sia finita si diffondono, con forza, tra quei ferruzzanesi che avevano costruito una comunità oltreoceano e che mantenevano rapporti stretti con il paese. Un emigrato, di cui Gullace raccoglie la biografia, ritornato da Rochester, così racconta:
«Siamo arrivati al paese, ma dove era più il paese!? Soltanto la collina rimaneva…dove erano le case? Dove era il Tondo?...Le strade?... Tutto era diventato un masso di macerie!... Il governo aveva costruito baracche e quasi tutti abitavano lì dentro. Anche a noi ci apparteneva la nostra porzione e l’abbiamo presa ed abitavamo dentro…Pensavo di aver lasciato il Paradiso, per andare all’Inferno!...».
Si arruola nei carabinieri, si congeda e ritorna, per sempre, in America.
Per anni molti vissero in baracche o catapecchie. Tra i «due partiti» che dominavano la vita del paese c’erano contrasti insuperabili sulla    ricostruzione. I sostenitori  (il notaio Cannizzaro) della ricostruzione in vicinanza del mare avevano in mente un collegamento con il mondo. Il sindaco don Antonio Scordo sosteneva, con forza, la ricostruzione in un’area vicina al vecchio abitato, in prossimità della montagna, dove molte persone avevano terre e campagne. Il paese non venne mai ricostruito: ci vollero decenni perché le macerie venissero sgomberate e perché le baracche assumessero l’aspetto di abitazioni meno precarie, dando vita a “Ferruzzano due”, in contrada Saccuti. 
Le famiglie più facoltose cominciano a trasferirsi a Brancaleone Marina, a una quindicina di chilometri dal paese. Comincia la nascita della “Ferruzzano tre”, la odierna Ferruzzano marina. Con le altre Ferruzzano oltre oceano un’antica comunità compatta si è frantumata in mille schegge.
La prima guerra mondiale, la spagnola, la malaria provocano decine di vittime. Nel 1920, con alla testa Giovanni Sculli, giovane farmacista di idee socialiste, che aveva studiato a Napoli, i ferruzzanesi occupano i binari per ottenere la fermata dal treno lungo il tratto di costa più vicino al paese. Si sdraiano sui binari: macchinisti, fuochisti e viaggiatori scendono dal treno e fraternizzano con loro. La vicenda viene liquidata dalla grande stampa come un fatto di criminalità. La “Domenica del Corriere”, con una tavola del famoso Beltrame, esce con la dicitura “I briganti di un paese calabrese assaltano il treno”. Negli anni trenta, per iniziativa di emigrati provenienti dall’America, si diffonde il culto dei pentecostali. Scrive Gullace: «Il mito dell’America prese una dimensione religiosa: per vivere bene in questo mondo bisognava emigrare e per vivere bene nell’altro occorreva convertirsi alla religione “americana” ossia diventare protestanti». E’ una pagina che meriterebbe di essere approfondita (come ha fatto Giovanni Sole per altre realtà).
Dopo la seconda guerra mondiale riprende la fuga. Questa volta la gente emigra in Liguria, a Torino, in Canada, in Australia. La grande alluvione del 1951 provoca notevoli danni anche a Ferruzzano. Il cimitero viene spostato in contrada Rinella tra Ferruzzano vecchia e contrada Saccuti. Dagli anni sessanta in poi zona Canalello vengono costruiti alla rinfusa e senza alcun piano regolatore villini e case di ogni tipo e forma: per l’estate e per le vacanze degli emigrati che ritornano. Il terremoto dell’11 marzo 1978 provoca molti danni nella Locride e nell’area grecanica: il paese viene dichiarato inabitabile.
Nel 1990 Gino Gullace parla di un paese ormai morto.
«Oggi Ferruzzano è un paese fantasma nel pieno senso della parola. I paesi fantasma del West americano sono formati da qualche rudere semisepolto dai cespugli, da qualche chiesa diroccata, da mucchi di ferraglia: chi entra dentro vede subito che si tratta di paesi nati all’improvviso e morti all’improvviso. Ma Ferruzzano ha avuto un millennio di vita e in esso vi aleggia un’anima. Le case sono rimaste intatte, come se la gente le abbia abbandonate per sfuggire a un misterioso malanno e stanno lì in attesa che i fuggiaschi ritornino e vi si insediano di nuovo. Le uniche cose vive che rimangono sono qualche cane randagio, qualche ramarro che attraversa la strada, qualche gallina che fruga nelle immondizie. Ogni tanto a una finestra appare il volto di qualche vecchia che rimane lì in attesa della morte. Si affaccia, richiamata dal rumore dei passi che echeggiano tra i muri, forse illudendosi che qualcuno dei suoi figli, emigrato in Australia, nel Canada, negli Stati Uniti o in Argentina, sia arrivato dopo lungi anni per rivederla per l’ultima volta. Chi visse nel passato 40 anni fa, sentirà certamente l’effetto conchiglia: dicono che poggiando l’orecchio su una conchiglia si sentono i rumori dei venti e delle tempeste che essa attaccata a uno scoglio, ha raccolto nei millenni.
In Ferruzzano, uno non solo sente i rumori del passato: ma le vie si popolano di figure e di fantasmi, di tutte le sagome che una volta davano al paese la vita, riempiendo le piazze e affollando le strade. Dove sono queste sagome che uno vede nelle sua immaginazione?».
Sono in Australia, in Canada, in Argentina, in America. Sono sagome del tutto diverse che danno vita ad altri luoghi.
Negli anni novanta Vincenzo Stranieri ha scritto degli ultimi abitanti in attesa della chiusura definitiva del paese. Me ne sono occupato ne “Il senso dei luoghi” (Donzelli, 2004).
La Calabria è la terra dove la parola memoria viene evocata e banalizzata, e, forse, è quella poi dove si ricorda di meno. I paesi vengono prima abbandonati, spopolati e poi cancellati anche dalle memoria. Rimossi come qualcosa di ingombrante.
Ma i luoghi muoiono, davvero, definitivamente? E i paesi abbandonati non fanno ancora parte della memoria, dell’orizzonte mentale, dei sensi di colpa, del rimorso, dei sogni di chi li ha abitati o dei loro discendenti. Pure in mezzo a case nate in maniera occasionale, magari senza un’idea di paese, in una zona di frontiera, di passaggio, gli abitanti della nuova Ferruzzano cercano un nuovo senso. Ottocento persone – il comune, la scuola materna e le media, la farmacia, la chiesa – vogliono lasciare alle spalle un passato di dispersione e nello stesso tempo vogliono ricordare.
La gente va e viene da Ferruzzano superiore, dove coltiva vigneti e uliveti. L’anno scorso è stata allestita una mostra sulla civiltà contadina ed è stato aperto un chiosco dalla cooperativa “Borgo Vivo”. L’idea è quella di incoraggiare un turismo che porti a visitare gli antichi palmenti, il bosco in località Rudina, le tante grotte. Molte coppie salgono a sposarsi nel vecchio abitato. «Il cuore è rimasto lì», mi dice Marisa Romeo, attivo e appassionato sindaco del paese e docente nella locale scuola media. C’è chi pensa alla produzione vinicola degli antichi vitigni, chi a promuovere prodotti della pastorizia e dell’artigianato, chi ancora ad accogliere turisti o emigrati  nelle antiche case.
In passato, nei periodi di siccità, quando non pioveva per mesi, i contadini portavano le statue di S. Giuseppe e della Madonna in processione verso il mare: si battevano con i pugni il petto, si inginocchiavano, si toglievano il cappello e pregavano. Oggi si è affermato un pellegrinaggio nell’altro senso e per altre ragioni. Il primo venerdì di agosto, di sera, S. Giuseppe viene portato in processione a Ferruzzano Marina. Sabato viene trasferito a contrada Saccuti e anche qui portato in processione. Domenica si svolge un pellegrinaggio da Saccuti a Ferruzzano antico, con una processione conclusiva nelle vecchie vie. I nuovi pellegrinaggi raccontano il bisogno delle persone di dare un nuovo senso luoghi separati e frantumati, a luoghi abbandonati e rifondati.
Un legame, non soltanto rituale, tra le tre Ferruzzano viene affermato con le iniziative che l’amministrazione comunale fa per ricordare il terremoto del 1907. Il 23 ottobre nel paese antico verrà celebrata una messa, in presenza del vescovo mons. Bregantini, verrà inaugurata una mostra fotografica, e collocata una stele a tre livelli (tre pietre informi di diversa dimensione che simboleggiano le tre frazioni) in ricordo di quel terribile flagello e di una storia comune dei luoghi abbandonati e rifondati. Anche gli eventi negativi vengono riguadagnati alla memoria e inseriti in un ricerca identitaria rivolta anche al presente e al futuro.
I segni e i sogni non mancano; ci sarebbe bisogno di progetti, di un’idea globale dei paesi e della Calabria, di fantasia e di passione, di iniziative concrete, economiche e culturali, che vedano coinvolte, insieme, le popolazioni locali, il governo regionale e nazionale. Anche questa volta, guardandomi attorno, debbo fare finta di essere ottimista.




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