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Il nostro professore di ginnasio, ufficiale di amministrazione durante la seconda guerra mondiale, catturato in Africa dagli Inglesi – come ci raccontò – ebbe l’incarico di tenere la contabilità del campo ed, eseguito scrupolosamente l’incarico alla maniera italiana, mentre si aspettava i complimenti dal comandante inglese, vide quest’ultimo esaminare le carte prima perplesso, poi divertito, finché, senza riuscire a trattenere l’ilarità, non chiamò i suoi diretti dipendenti e non spiegò che finalmente aveva capito come mai gl’Italiani stessero perdendo la guerra, preoccupati com’erano a giustificare la spesa di un centesimo con chili di scartoffie, ma pronti a lasciare costosissime posizioni fortificate in base a ragionamenti incomprensibili.

 

Qualche anno più tardi compresi che le cose non erano molto cambiate e che smaltire cose inutili fuori uso, facendo gare di appalto e seguendo le regole costava in impegno e denaro molto più di quanto si ricavava, cosa che spiega e forse pure giustifica il fatto che in ogni edificio o area pubblica – compresi i famigerati sottopassaggi degli ospedali – si trovino aree ripiene di sedie sfondate e scarabattole di ogni specie, autovetture incidentate e scrivanie traballanti, pneumatici consunti e fogli giallastri, che fanno invidia al più pulcioso mercato delle pulci.

 

Mentre sfoglio, sommerso dallo scetticismo e dai dubbi, i giornali in cui spuntano come funghi le notizie, diffuse da scandalizzati e inorriditi giornalisti, su turbative d’asta in cui sono coinvolti politici e dirigenti che presumibilmente non saranno mai rinviati a giudizio o saranno assolti tra quindici anni, cerco di capire quanto ci ha perso l’amministrazione pubblica o se addirittura ci ha guadagnato, ma tutto questo sembra avere poca o nessuna importanza. E’ solo una questione puramente formale…un altro modo per esercitare il potere, tanto in quest’Italia una folla di perdigiorno che gridi “crucifige” contro il mostro di turno si può sempre adunare.

Se, infatti, valesse qualcosa il principio della congruità della spesa, la riunione del consiglio dei ministri nella reggia di Caserta sarebbe stata un’idea così assurda, che nemmeno il più audace dirigente d’ufficio delle pubbliche relazioni avrebbe osato concepirla, considerato che lo spostamento a Caserta di ministri, scorte, portaborse e funzionari pubblici, consulenti e amici, carte e computers avrebbe comportato spese maggiori, senza garantire nemmeno un incremento infinitesimale della qualità del risultato. In pratica si è trattato di una spesa ingiustificata, a prescindere dai patemi creati in molte anime candide, compresa quella di un mio amico che avendo letto Todo modo di Sciascia, ha temuto fino alla fine che qualche ex democristiano ci lasciasse le penne. Qualcuno ha anche paventato una crisi di governo, temendo che i verdi scendessero per le strade a protestare contro l’inutile consumo di carburanti e l’indubbio incremento delle sostanze inquinanti diffuse nell’atmosfera dalle autovetture ministeriali.

Non è successo nulla e l’Italia si è tranquillizzata, anche la vecchietta miserabile che ha appreso di dover pagare l’IVA sul pane e gli scarti di pollo per un nobile scopo. Certo resta il timore che qualche giudice meno illuminato della Corte dei Conti ipotizzi la sussistenza della responsabilità contabile, non avendo ancora studiato adeguatamente la dottrina economica “d’a tazzulella e cafè” formulata dallo statista Mastella a favore delle aree depresse, per motivare lo spostamento della Scuola della Magistratura da Catanzaro a Benevento.

Questi pensieri – è bene dirlo – non mi sono venuti in testa subito, ma sono stati il punto di arrivo dell’elaborazione delle caotiche e turbinose impressioni causatemi dalla lettura delle notizie delle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario. In poche parole, ogni anno, dei signori, che – se non ricordo male - sono vestiti di rosso e ornati di ermellino, guardati a vista da un militare in uniforme da parata - duro, piantato lì come un piolo, emulo del caporale del Giusti – e onorati da mezzo battaglione di militari e civili in divisa – raccontano a pubbliche autorità – comprese le più alte cariche dello Stato che lo sanno benissimo, che l’Amministrazione della giustizia è uno sfacelo, che siamo lo Stato più condannato per processi non equi, che la criminalità organizzata guadagna un milione di fantastilioni all’anno e ricicla i guadagni partecipando e vincendo le gare di appalto per la pulizia dell’ospedale di Locri, che l’arretrato non sarà mai smaltito, eccetera eccetera, facendo temere agli inesperti, che assistono per la prima volta allo spettacolo, che l’oratore, che ha altissime funzioni dirigenziali, ad un certo punto strappi la sciabola dalle mani dell’ufficiale che gli sta dietro e faccia harakiri.

Cosa impedisce di risparmiare ai cittadini queste geremiadi annuali e soprattutto le spese che lo spettacolo comporta? Qualcuno pensa alla tradizione e inorridisce all’idea che si possa rinunziare a una cosa inutile e costosa, alla quale nemmeno gli avvocati, che sono direttamente interessati, danno grande credito. Si è mai visto un Capo dello Stato, che alzandosi dopo la cerimonia, torni al Quirinale scandalizzato da quanto ha sentito e mandi un messaggio alle Camere per impegnarle a mettere fine a una situazione insostenibile o che convochi immediatamente il Consiglio Superiore della Magistratura perché si dia da fare? Si è mai visto un ministro della giustizia che torni al ministero e mandi i suoi collaboratori magistrati (e quelli distaccati presso altri ministeri od organismi internazionali) ad operare presso i tribunali, affidando i loro compiti a dirigenti amministrativi, che tra l’altro costano di meno, come tra l’altro sarebbe giusto per impiegati che svolgono funzioni riconducibili al potere esecutivo?

Certamente sono troppo vecchio per non sapere che la situazione d’inefficienza nella quale la giustizia (e più in generale le amministrazioni pubbliche) si trova rappresenta il punto di equilibrio accettabile per questa società. Le cose non succedono a caso, ma sono frutto della storia di una comunità, delle contrapposizioni di poteri storicamente determinate, addirittura della storia individuale dei soggetti che detengono il potere e che in sessanta anni di repubblica o non hanno subito ricambi o hanno trasmesso il loro potere per via ereditaria o per cooptazione a base familiare. Chiunque ci ragioni un poco (ma nessuno ci pensa finché non incappa negl’ingranaggi dell’ingiustizia all’italiana) sa che la pena viene anticipata con la carcerazione preventiva e con la gogna mediatica, dato che – nonostante l’abolizione del mandato di cattura obbligatorio – si è inculcata nella coscienza collettiva la convinzione che l’arresto è strumento di misura della presunta efficienza delle procure o delle forze di polizia. Poi se il processo si celebrerà o no in un giorno lontano è solo un particolare irrilevante. Provate, quando in aria c’è puzza di retate giudiziarie, a comprare i giornali alle dieci e non ne troverete nemmeno una copia, ma quando di parla di scarcerazioni per cause varie alle otto di sera troverete tante copie quanto ne vorrete. Quando una società perde il senso critico o peggio ancora lo rimuove come inutile fardello, la (s)democrazia trionfa. Il sistema penale, a furia di leggi-propaganda, è completamente squilibrato, e diventa abbastanza comprensibile che al giudice possa ripugnare l’obbligo di applicare pene spropositate per semplici reati di pericolo, ad esempio per una delle tante forme di associazione per delinquere dagli scopi fantasiosi che infestano il sistema da tanti anni e che, in pratica, hanno reso inoperanti tutte le norme sul concorso nel reato. Quando poi, in barba ai principi, si teorizza il concorso esterno in associazione mafiosa, perché mancano assolutamente le prove del più concreto reato di favoreggiamento personale o reale, allora qualcuno dovrebbe avere uno scatto di dignità e dire basta, invece di affondare la testa come lo struzzo in un ipocrita presunto rispetto del principio d’indipendenza della magistratura.

Tornando alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, non si può pretendere che al cittadino sia risparmiato il danno, ma si può auspicare che gli si eviti almeno la beffa! Non so perché mi ritorni in mente quel passo di Paolo Sarpi, in cui parlando della penitenza, ricorda: “E se ben Cristo non ha proibito la pubblica confessione, non l’ha però commandata, né sarebbe utile il commandare che i peccati massime secreti, si confessassero in pubblico; onde avendo i padri sempre lodato la confessione sacramentale secreta, viene ributtata la vana calonnia di quelli che la chiamano invenzione umana, escogitata dal concilio lateranense, il quale non ordinò la confessione, ma ben che questa fosse eseguita almeno una volta all’anno”. Insomma, suggestionato dalla scoperta storica di un ex deputato comunista calabrese che ha individuato le origini della ‘ndrangheta nel sanfedismo, mi chiedo se le relazioni dei procuratori generali non trovino origine nell’obbligo annuale della confessione voluta dal concilio lateranense…

In tutta sincerità stabilire che i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge e poi lasciare che un gruppo di pressione (con tutte le sue ragioni) faccia trascinare l’attività istruttoria per la strage di Ustica per 27 anni con costi inimmaginabili, facendo scatenare una folla di periti, ma anche di ciarlatani, ed emergere un vasto assortimento di mitomani e complottisti, non è degno di uno Stato di diritto. Tutto il rispetto per i morti ed i loro congiunti e persino l’ammirazione per coloro che hanno saputo ottenere che lo Stato facesse tanto per soddisfare il loro diritto alla verità, ma questa vicenda mette soprattutto in luce il fatto che chi esercita i poteri può decidere a suo libito senza badare a spese e senza rispettare alcuna regola riguardante la ragionevolezza e la funzionalità delle sue iniziative.

Il caso Callipari, come si sta profilando e come già si è sviluppato, merita tutto un discorso a parte, ma dato che ne so ancora troppo poco, sarò costretto a leggere il libro della Sgrena, che, secondo alcuni giornali, ha dimostrato tutta la sua soddisfazione, perché “sono riusciti” (chi?) ad ottenere che si facesse il processo contro Lozano. Solo che è difficile capire quale sia il movente di questo immaginario delitto doloso attribuito a questo Nembo Kid che con una raffica di mitragliatore o di qualche altra arma è riuscito a centrare il suo nemico, lasciando indenni tutti gli altri contro i quali non aveva alcuna mira omicida. Scusate, ma da quello che si è appreso dai giornali, mi sembra che si stia scrivendo, a spese della giustizia e dei cittadini, un altro capitolo del complottismo all’italiana, che renderà felici i saccenti savonarola da instant book, che purtroppo, al grido di “so tutto io” infestano, sorridenti per la consapevolezza della loro superiorità e ben pasciuti, gli schermi della nostra infelice televisione.


 

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