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razzoIl razzo sfrecciava nel cielo con una leggera angolazione rispetto allo zenit, l’angolazione era di 25 gradi e doveva compensare la rotazione terrestre. Da ovest verso est in modo che si potesse osservare la sua corsa verso l’alto e nel contempo mantenere quei gradi dovuti per la buona riuscita della missione. Ma è sparito in qualche secondo pur essendoci in quella giornata un cielo limpidissimo. Pino, però, munito di potente binocolo, ha potuto osservare l’esplosione del secondo stadio, avvenuta secondo i piani. Finora tutto liscio.

Vi è stata una certa delusione tra i circa trenta amici partecipanti al lancio del razzo essendo esso del tutto sparito in poco tempo in quel cielo sereno, volevano godersi lo spettacolo chi sa per quanto. Scomparso a causa dell’alta velocità e dell’enorme distanza percorsa. I calcoli però sono stati sbagliati sia per il materiale adoperato sia perché mancava al giovine lanciatore, ancora sbarbatello, quella preparazione scientifica profonda e necessaria al successo perfetto  del lancio per arrivare al punto in cui il razzo doveva mettersi in orbita. Impresa ardua senza collaboratori! Il vettore, sul quale si erano fatti calcoli di velocità, di distanza e di orbite si è disintegrato quasi al punto di arrivo. Meglio così, meno spazzatura e meno pericoli sulla strada dei satelliti.

Grande merito e complimenti al nostro Cecè per essere arrivato a tanto. Anche molti lanci fatti da potenze di governo sono falliti. Alla partenza il  vettore aveva un peso di circa 15 Kg. e doveva raggiungere il limite di gravitazione terrestre, pesando in quel punto qualche grammo. Era stata calcolata pure l’orbita che avrebbe dovuto seguire. Portava a bordo  una piccola ricetrasmittente con frequenza di quasi due metri, migliaia di Mhz,. oltre ad un piccolo barometro, che si fermava alla minima pressione raggiunta, ben collocato e munito di paracadute in caso di fallimento del lancio. Il razzo era  facilmente captabile alla base con una stazione ricevente che il nostro baldo giovine operatore aveva approntato, mettendo in sintonia le due stazioni. L’accenzione del razzo e la partenza furono una cosa sola. Cecè e Pino, suo collaboratore, e tutti i presenti hanno visto partire in modo lievemente inclinato, verso l’alto il missile con autonomia tale da potersi  mettere in orbita.

La base di lancio era composta da una struttura metallica simile a quelle americane ma ricordava vagamente il viaggio “Dalla terra alla luna” di Giulio Verne. Occorreva una autorizzazione da parte della Prefettura per poterlo lanciare, autorizzazione che è stata negata per ovvi motivi. Sulla domanda di autorizzazione occorreva specificare tutto: la composizione dei pezzi, il tipo di propulsore, il peso, l’autonomia e mille altre cose. L’avvenimento per il lancio era stato programmato per un giorno di maggio del 1962 ed era stata avvertita pure la Prefettura, ma essendo stata negata l’autorizzazione al lancio, il Pedullà,  in compagnia dei suoi amici e della stampa, si portava in quel di Bonamico, grandissimo spiazzo sull’alveo del fiume. In meno di mezz’ora furono fatti i preparativi.  Erano le nove del mattino. Una miccia per mine lunga circa venti metri era stata stesa sul terreno e una estremità di essa era sotto il razzo attorniata da polvere pirica fabbricata dallo stesso Cecè. Egli conosce molto bene gli elementi di chimica. Ha stritolato in polvere finissima carbone di legna, ha mischiato a questa polvere nitrato di potassio e zolfo ottenendo potente polvere pirica. In materia di esplosivi conosce ogni cosa. Sa che se scioglie in acido nitrico cotone idrofilo, quello comune che si vende anche nei supermercati, ottiene cotone fulminante ossia nitrocellulosa; oppure se mescola glicerina, innocuo prodotto, con acido nitrico ottiene nitroglicerina (ha l’animo troppo buono per fare il terrorista). Conosce molto bene anche la balistica: spinta, deviazione di proiettile per la legge di gravità, ecc.

Pino portava sempre con se un potente binocolo e in quella occasione era più che mai utile averlo. Non venivano scanditi i secondi per l’ora zero. Gli amici, tutti fifoni, si sono messi a maggiore distanza pronti a tapparsi le orecchie e farsi scudo con le braccia.
Cecè disse, “pronti”? “Si”, risposero in coro. Un fiammifero svedese strisciò sulla scatola che Cecè teneva in mano e si accese. Avvicinò la fiammella all’altra estremità della miccia e tutti col fiato sospeso in attesa dell’evento. Nessun botto ma un sibilo continuo e una breve striscia di fuoco saliva a velocità fantastica verso il cielo. Tutti i presenti ad abbracciarsi e a gridare: “viva Cecè”. Cecè stava muto, pensieroso, riflessivo. Non era certo della buona riuscita della missione pur notando che fino a quel momento tutto procedeva secondo i calcoli. Alcuni dei presenti avevano portato dolcetti e spumante per festeggiare il lancio. Cosa che avvenne. Una festicciola gradevole, fatta da ragazzi privi di ogni preoccupazione della vita, senza problemi di sorta. Si sono fermati in quella landa per molte ore. Possedevano quasi tutti la “vespa”, ma c’era anche un’ape che era servita per il trasporto del razzo.

Tutti rimasero in quello spiazzo quasi fino a sera, quando ad un tratto uno di loro gridò: guardate in cielo! Guardate in cielo!  Era il piccolo paracadute che si trovava a bordo della navicella che scendeva a velocità sostenuta. Tutti a correre per verificare e prenderlo. Il barometro segnava pressione quasi zero e significa che la quota raggiunta era prossima a quella in cui la navicella avrebbe dovuto mettersi  in orbita. E’ tornato esattamente alla base di lancio dopo più di sei ore e ciò significava l’enorme distanza percorsa e la perfetta inclinazione data al missile.
La Gazzarra del Sud diffuse la bella notizia e a Cecè arrivarono complimenti da tutte le parti. Viva Cecè!

Gennaio 2009.

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