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fiumara_small.jpgUn nuovo “planctus Calabriae” “Do ut des”. Mai nome in codice reggio cal palme.jpgdi un’operazione poliziesca ha rappresentato in maniera così efficace e dolente quella che è la situazione di un’intera terra, dominata da scambi clientelari, da appartenenze legate ad interesse, da familismi amorali e immorali, da iniziative portate avanti in nome del proprio particolare. Il quadro inquietante e desolante che emerge (ancora soltanto in piccola parte) nel territorio di Vibo Valentia costituisce purtroppo, in negativo, la rappresentazione di un’intera realtà regionale. Gabriele Barrio di Francica, descrivendo la Calabria cinquecentesca, elevava forte il suo urlo dolore, il suo “planctus” per una terra “vessata anche con ingiuste e gravi estorsioni”, devastata da predoni e da ladroni, esterni e interni, che abbonda di “mostruosità”, riferendosi “ai piccoli sovrani locali che la saccheggiano e la scorticano […] per l’inestinguibile sete e l’insensata avarizia, si nutrono ogni giorno delle fatiche dei mortali”. Avremmo bisogno di un nuovo “planctus Calabriae” per dare il senso dello sgomento e del dolore che ci coglie dinnanzi a un contesto che si rivela in una sua profonda e avvolgente “mafiosità”. Si capisce meglio, giorno dopo giorno, perché la ‘ndrangheta è (o appare) invincibile e onnipotente. Il “merito” è altrove. Interi pezzi dello Stato (schegge impazzite e deviate della magistratura?), noti professionisti, amministratori pubblici, imprenditori risultano (ma bisogna attendere i risultati dell’inchiesta) non soltanto collusi con la ndrangheta o ad essa funzionali, ma addirittura organici, interni ad essa. Altro che società civile e mondo delle professioni migliori della politica, soffocati dai partiti, come vorrebbero certi frettolosi analisti della realtà calabrese. Gli anziani dicevano: “scarti frusciu e pigghi primera”. Tanti, molti, visibili e invisibili, giocano, drammaticamente, con il medesimo mazzo di carte. Famelici e assetati attrattori di fondi pubblici sottratti ad operatori onesti e volenterosi costretti a destreggiarsi in un territorio inquinato e devastato. dd920_reggio_calabria 3.jpgPiangono le coste del Tirreno e dello Ionio, i monti delle Serre e della Sila, la Locride e il Vibonese, il Lametino e la Sibaritide, piangono i paesi presepi abbandonati, fuggiti, scansati dai suoi abitanti in cerca di fortuna, quando restare significava povertà e miseria, e adesso ridotti a macerie, a progetti mai realizzati e a piani di sviluppo incompiuti. Povera terra devastata da nuovi barbari arricchiti o in cerca di ricchezza, senza sapere bene come, spesso con la violenza. Senza meriti. Senza altre qualità che quelle dell’imbroglio e dell’inganno. Povera e bella terra assediata e saccheggiata da chi non fa che esaltarne le bellezze e intanto pensa a profitti facili e veloci. Terra di sole e di mare con i piani per i villaggi turistici organizzati dai dirottatori di denaro pubblico, mentre i turisti fuggono dalle spiagge con le case-palafitte e ridotte ad una pattumiera da depuratori miliardari mai messi in funzione. Le complicità della borghesia sovversiva e antiStato.Pianga e s’indigni, rifletta e analizzi chi può, chi ha ancora forza, perché quello che domina è il silenzio. Non il silenzio religioso e intimo, studiato in un bel libro (“I monaci di clausura”, Rubbettino, 2006) di Tonino Ceravolo, ma quello devastante, ammiccante, ben calibrato di chi ha voglia di “depistare”, di fare volgere lo sguardo altrove. Se qualche politico parla è per censurare “Anno Zero”, indicato quasi come il responsabile dei mali della Calabria. Le reazioni risentite e strapaesane alla trasmissione di Santoro (ci vorrebbero serie interminabili di “Anno Zero”) la dicono lunga sulla capacità e volontà di tanti calabresi che contano di guardare in faccia la realtà lontani dalle retoriche della “calabresità”. Come è difficile accogliere (in maniera problematica) il punto di vista dell’altro, salvo poi pensare e dire di noi stessi cose mille volte peggiori, più fastidiose. La nostra sindrome degli assediati è di sentirci, addirittura, offesi soltanto perché qualcuno ci ricorda quello che tutti sappiamo e che sopportiamo con dolore. Perché, come diceva Mimmo Cersosimo l’altra sera a Cosenza, nel corso della presentazione del suggestivo libro “Economie dal basso” (Donzelli, 2006, scritto in collaborazione con Guglielmo Wolleb) per tanti, per molti il problema non è tanto la mafia, ma l’antimafia; l’immagine e non la realtà; l’apparenza e non la sostanza. Ci preoccupiamo più delle immagini negative sulla regione e non di chi le crea con i suoi comportamenti. Un paio di anni addietro, considerando la rovinosa situazione di Vibo, descritta da “Il Sole 24 Ore” come ultima provincia d’Italia, un mio articolo “Una città senza identità e senza anima” (così intitolato dalla redazione vibonese de “Il Quotidiano”) sollevava un dibattito rappresentativo dello stato delle cose. Tante adesioni da parte di molti bravi e appartati professionisti, disgustati dai partiti, alcune riflessioni ora impegnative ora rituale e di maniera del mondo politico e sindacale, qualche risentita presa di posizione da parte dei retori della “vibonesità”, versione estrema della “calabresità” più deteriore, perniciosa, giustificazionista (che all’occorrenza si trasforma ora in denigrazione e diffamazione immotivate della regione ora in mutismo eloquente). Purtroppo la drammatica alluvione del 3 luglio (che ha svelato devastazioni del territorio e inettitudine e responsabilità dei gruppi dirigenti politici, ma anche di tanti operatori e professionisti subalterni alle amministrazioni di turno) e la recente indagine della procura di Salerno ci dicono che le analisi più pessimiste risultano addirittura ingenue, delicate e bonarie al cospetto della realtà. Qui da noi le “leggende metropolitane” alla fine si rivelano vere, i “si dice” nascondono impensabili verità, la fantasia non riesce a immaginare quello che accade. Ed emerge un mix micidiale di comportamenti arcaici e cruenti, di immoralità e di indecenze alla “Dinasty” (altro efficace nome dato alla operazione antimafia realizzata dal vicequestore Rodolfo Ruperti e dalla procura di Salerno) di raggiramenti della legalità proprio ad opera dei rappresentanti dello Stato e delle amministrazioni locali, di funzionari comunali e regionali. Se si rivelassero fondate (e mi auguro, di cuore, di no ed è necessario attendere i risultati delle indagini ed essere sempre e con tutti garantisti) le accuse che hanno portato ad arresti eccellenti avremmo di che riflettere e preoccuparci di fronte all’affermarsi di un “mondo alla rovescia”. Qualche avvocato che avrebbe dovuto garantire i diritti costituzionali degli imputati si sarebbe trasformato (a sentire i primi risultati delle indagini) in mediatore di interessi non legittimi, il magistrato che avrebbe dovuto disinnescare i meccanismi del riciclaggio si sarebbe trasformato in abile e disinvolto intercettatore di finanziamenti per proprio tornaconto (o addirittura in elargitore di fondi alla ndrangheta), i professionisti e i tecnici che avrebbero dovuto tutelare il territorio si sarebbero trasformati in complici di speculatori, che compiono devastazioni con il pretesto di valorizzare la “bella Calabria”. E’ ancora forte il fascino dell’antistato proprio in coloro che dovrebbero, per scelta e per mestiere, sorvegliare sulla legalità, le procedure, le regole. La “borghesia” nostrana (piccola e media, soprattutto di recente formazione), in un contesto più generale di evasioni e di trionfo di furbetti, è maestra nel “bruciare le tappe” dell’arricchimento (in tutte le forme possibili) e nel chiedere virtù agli altri e nell’affermare, in privato o “in famiglia”, i vizi più inquietanti. Lo Stato si affida spesso a figure senza senso civico e della comunità, senza etica e senza rispetto delle istituzioni, della legalità, dei principi costituzionali. E’ lo Stato che si fa antistato e c’è poco da rallegrarsi. Un silenzio davvero devastante. Mentre leggiamo con sgomento i giornali e ci rendiamo conto che al peggio non c’è mai fine (e non sappiamo cosa altro temere) siamo avvolti da scomposti rumori e da un sostanziale, incomprensibile silenzio, appunto. Essere privati del futuro, essere allontanati dalle attività produttive, controllati nei tribunali, impediti nella libera concorrenza, vivere sotto un regime dittatoriale non dovrebbero bastare a suscitare almeno una qualche indignazione? Invece nulla da dire. Nulla da dire i politici e gli amministratori del Vibonese e della Calabria, quelli che pronunciano fiumi di parole per sostenere verifiche e controverifiche, per mai amministrare. Nulla da dire i rappresentanti delle professioni e delle categorie (fa eccezione la nobile e intelligente posizione dell’avvocato Francesco Tassone) che si limitano a doverose difese corporative e di ufficio. Nulla da dire i giovani più o meno organizzati e che si sono adattati alla stagnante situazione della provincia più addormentata d’Italia. Nulla da dire i tanti professionisti le cui competenze sono messe a dura prova dai colleghi che li soffocano e li opprimono con la loro pratica, fuori dalle regole, di attrarre fondi, ottenere finanziamenti europei o regionali, costruire villaggi ed ecomostri che poi provocano disastri o ricchezza per pochi furbetti. Nulla da dire i deputati e senatori se non sterili ed innocue interrogazioni parlamentari, pensando di cavarsela con le congratulazioni agli eroici protagonisti di un’ iniziativa di polizia e giudiziaria e con l’augurio rituale che le indagini continuino. Nulla da dire i rappresentanti delle associazioni di categorie, spesso oltremisura loquaci e che adesso non rilasciano nemmeno generiche dichiarazioni di consenso alle forze dell’ordine. Parole come democrazia, libertà, legalità, libera impresa, scuola come centro di sapere, tribunale, inteso come luogo di Giustizia e non come sede in cui le regole processuali possono venire stravolte (o a quanto pare popolato di talpe), non sembrano avere più un senso, non sono più nemmeno evocate. “Do ut des”: la versione criminale di una diffusa pratica politica Sfiducia, apatia, rassegnazione. E il silenzio non è di quello nobile, ispirato a meditazione e a riflessione, ma è di marca avariata. Perché silenzio da paura e da complicità, da pigrizia e da opportunismo. Bugie, furbizie e sceneggiate praticano i partiti e gli uomini politici, i compari dei compari, i primi, veri, grandi artisti e professionisti del “do ut des”. Sappiamo che ci sono le eccezioni, anche significative, ma quello che inquieta è la norma. Conosciamo le malefatte e gli imbrogli del passato, ma perché andare sempre all’indietro? Perché dare sempre la colpa agli altri? E gli studiosi e i tanti professionisti seri e laboriosi, i docenti delle Università, quelli liberi e intellettualmente onesti (esistono, infatti, quelli impegnati soprattutto a cercare fondi e finanziamenti), ogni tanto potrebbero, forse, pensare anche al fatto che la Calabria non comincia e non finisce ad Arcavacata o in qualche isolato e accogliente laboratorio. Dovrebbero immaginare che non è sufficiente svolgere con rigore e onestà (qualità ammirevoli ma “doverose”) le proprie ricerche e la propria attività didattica per salvarsi l’anima. Non basta chiudere gli occhi per eliminare il male che ci circonda. La melma è contagiosa come la “cosa” dei film di fantascienza. In maniera pacata e propositiva (lontano da ogni intento polemico) vorrei domandare ai DS (soprattutto ai tanti militanti che non capiscono cosa stia succedendo al vertice) se in questa Calabria di politici inquisiti e indagati, sospettati e poco rassicuranti, di amici degli amici e di mafie trionfanti, di incarichi e prebende a chicchessia, di finanziamenti palesi ed occulti, di amministratori indagati o oggetto di attentati, il ritiro sull’Aventino e la messa in crisi della Giunta Loiero debbano, avvenire, proprio, per un veto (inusuale, antipatico, immotivato, impolitico, incomprensibile) nei confronti di professionisti seri e qualificati come Salvatore Orlando (che peraltro sarebbe iscritto ai DS). Perché tanta attenzione e passione vengono messe in campo proprio adesso? Cosa (o chi) non garantirebbe Orlando non ci viene detto da quanti scoprono improvvisamente problemi di metodo (dopo avere risolto una crisi, dai contorni non chiari, pochi giorni fa) e si accorgono, adesso, del limite dell’azione politica come se, finora, loro fossero vissuti sulla luna e non fossero i responsabili delle vicende politiche quotidiane. La gravità del momento richiederebbe assunzioni di responsabilità, capacità e voglia di governare, intensa e mirata progettualità, nuova eticità, creazione di reti e di sistemi, valorizzazione delle migliori risorse intellettuali, ricerca di unità, pratiche economiche, culturali, morali, legali lontane mille miglia da tensioni, divisioni, scontri (ha ragione Ennio Simeone) poco edificanti, resi quotidianamente pubblici dagli stessi protagonisti. Non ho lezioni da impartire, soltanto un modesto invito a riflettere, a ragionare, finché siamo in tempo, in maniera pacata. Ho in mente i libri delle “interrogazioni” e delle “inquietudini”. “Do ut des” ci chiama, infatti, tutti in causa. Ci appartiene. E’ la nostra attuale inquietante antropologia. E la frana morale che ci è caduta addosso, più devastante delle catastrofi idrogeologiche. Non possiamo nasconderci, raccontarci favole. Altro che mitologie del buon tempo antico. Altro che antiche pratiche del dono e della socialità dei calabresi: qui tutti si muovono in attesa di qualcosa, tutti mandano informazioni cifrate, fanno minacce velate, organizzano calunnie, proteggono i criminali e affossano gli sprovveduti in nome di interessi non trasparenti, non dichiarati. Le pratiche generose e disinteressate del fare e dell’agire appartengono (se sono mai esistite) al mondo delle buone intenzioni e c’è bisogno, come ricordava Fulvio Librandi su questo giornale, illustrando l’originale proposta di un “Museo della ndrangheta”, di pazienza, di tempi lunghi, di una faticosa, seria e non rituale educazione alla legalità. Conosco le obiezioni e le anticipo. Sono pessimista, rischio la generalizzazione, non elenco le cose positive, non mi accorgo dei giovani antindrangheta e degli uomini coraggiosi della Chiesa, giancarlo-bregantini.jpgsorvolo sulle splendide risorse della Calabria, non mi rendo conto dei suoi paesaggi e delle novità positive. Lo ammetto. Oggi, però, non sono capace, di cantare le “magnifiche sorti” di questa Calabria, mai come adesso, “grande e amara”, luogo di bellezze e di rovine. Parlerò altre volte dell’altra Calabria, di quella che sogniamo. La saluterò con entusiasmo e gioia quando si farà vedere, quando si farà ascoltare, davvero, e con forza. Con “persuasione” e senza “retorica”, con iniziative concrete e non con dichiarazioni di buone intenzioni. Sono tra coloro che cercano di valorizzare quanto di bello e di positivo c’è nella regione, non ho quella sindrome del fallimento contro la quale ha messo lucidamente in guardia Cersosimo. E tuttavia adesso non è il tempo delle enfasi e delle retoriche. Adesso è l’ora di quel “planctus” di denuncia e di indignazione perché soltanto da lì si può ripartire per fare riaffiorare la speranza. Come hanno insegnato i grandi calabresi del passato (l’abate Gioacchino e Campanella, Francesco da Paola e Alvaro) “pianto” ed utopia, speranza di un tempo nuovo e critica serrata dello “status quo” camminano insieme. Adesso vedo attorno a me (anche dentro di me) un buio profondo, indistinto, confuso. Sono in tanti, in molti, che vedono come me e che s’indignano in privato, in silenzio, sfiduciati, amareggiati. Se non prendiamo, tutti, atto del fatto che siamo nel cuore della notte, non sapremo mai trovare il modo per accendere quelle poche fiammelle che si scorgono ma sono esili e lontane e non bastano, ancora, a fare luce.
Vito Teti

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