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Articolo pubblicato su “Il Quotidiano della Calabria”, sabato 17 novembre 2007 scritto da Vito Teti, professore ordinariodi Etnologia presso l'Università della Calabria, dove dirige il centro di Antropologia e Letterature del Mediterraneo. Alcune foto di RadioCivetta altre prese da internet.

canna ficodindia.jpgSono andato a riascoltare, dopo la fiction televisiva in due puntate “Ma il cielo è sempre più blu” dedicato a Rino Gaetano, le parole della mare 1 ago  07.jpgcanzone dal titolo “Ad esempio a me piace…Il Sud”.  Si parla di «strada col verde bruciato», di «macchie più scure senza rugiada coi fichi d’India e le spine dei cardi». E ancora di «donna nel lutto di sempre sulla soglia che aspetta il marito che torna dei campi», di pere mature rubate sui muri, di acqua, di terra e di pane, di fuoco e del piacere di camminare. Di strada, di vino e di uva, di giochi, di mare e di lampare. gelsomini e rose rid 250.jpg

Ho trovato questi versi belli e melanconici. Con un certo compiacimento e un’evidente nostalgia per un mondo perduto, il cantautore calabro-romano  ci restituisce immagini profonde della natura, del paesaggio, dell’antropologia della Calabria e di Crotone (sua terra di origine a cui si riferisce anche se parla estensivamente di Sud).

Mi sono chiesto (come ha fatto sulle pagine di questo giornale Bruno Palermo) perché questi ed altri versi di canzoni (in cui parla ancora di Sud, del padre, della zia, dell’Africa, dell’emigrazione, come ricorda Silvia D’Ortenzi nel libro “Rare Tracce” dedicato al cantautore, di cui ha scritto ieri su questo giornale Gianluca Veltri) non abbiano trovato alcun spazio nella sceneggiatura e nelle immagini del film appena trasmesso. E, in maniera ancora più stupita, mi sono domandato perché per un film di fiction (che però vuole raccontare la vicenda di un preciso personaggio, con le sue canzoni e la sua storia)  abbia considerato irrilevanti e insignificanti, non raccontabili, i primi dieci anni di vita del cantante passati nelle strade e sulle spiagge di Crotone, dove poi spesso sarebbe tornato, lo sradicamento conosciuto nell’infanzia, la figura della nonna e della sorella, la lingua e le parole (il calabrese e non il siciliano della madre o il romanesco del padre) della terra di origine.

Domandarsi come mai in questa fiction la Calabria venga rimossa, cancellata, annullata non risponde certo a un bisogno localistico di esaltare “glorie locali”, a una sorta di retorica strapaesana sull’identità, ma alla necessità di capire e considerare che questo atteggiamento riflette un più generale sentimento di ostilità-rimozione nei confronti della nostra regione e a un evidente appannaggio della sua immagine. A inizio Ottocento Astolphe De Custine ricordava che le «vecchie, in Francia, quando vogliono indicare un uomo finito, dicono: gira per la Calabria!». aloe.jpgIl topos della Calabria terra lontana, selvaggia, primitiva, “Africa”, “India interna” è presente in una tradizione di sguardi esterna (e non solo) che si afferma nella seconda metà del Cinquecento per attraversare i secoli successivi fino a rafforzarsi, all’interno della concezione antropologico positivista, tra fine Ottocento e inizio Novecento. La lontananza del Sud (comunque interpretata) resta una chiave di lettura privilegiata anche da visitatori, viaggiatori, osservatori del secolo scorso.

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Adesso si sta compiendo un passo ulteriore. La Calabria non è più parte di una sorta di “geografia fantastica” (come scriveva Alvaro), non è soltanto il luogo di una radicale alterità, una terra arcaica da “guadagnare alla civiltà”, ma più, crudamente, una sorta di luogo indecifrabile, dove avvengono le cose più “strane” del mondo, una regione che non conviene nemmeno nominare e che è meglio nascondere, occultare. Gli stessi calabresi non vengano chiamati col loro nome se non quando compiono fatti delinquenziali o sgradevoli quasi fossero incapaci di fare qualcosa di buono. Basta leggere i giornali nazionali per vedere come, nel caso di qualche drammatico fatto di cronaca, i protagonisti perdono, in poco tempo, il loro nome e cognome, la loro identità personale per diventare, semplicemente e negativamente, “calabresi”. Al contrario un artista, un cantante, uno scrittore, un medico, uno scienziato, un campione calabrese o di origine calabrese, ma con notorietà nazionale e internazionale, viene chiamato (giustamente col suo nome) ma consegnato alla globalità: la sua terra di origine, il suo senso di appartenenza e magari il legame che intrattiene con la regione vengono rimossi, sono una sorta di “incidente” sfortunato negativo di cui è meglio non parlare. 

Questa operazione di rimozione-cancellazione di una terra e dei suoi abitanti trova sempre più sponde anche nelle élite intellettuali nazionali, che, diversamente, avrebbero invece (lo ha ricordato su questo giornale Luigi M. Lombardi Satriani) il dovere e la capacità di distinguere, di spiegare, di non nobilitare il luogo comune, di non alimentare altri pregiudizi. Ernesto Galli della Loggia, sulle pagine del “Corriere della sera”, pur partendo da giuste considerazioni sulle condizioni drammatiche che vive la regione, si domanda perché i calabresi non si sono stancati di chiamarsi calabresi. Di tono non diverso (come ha segnalato su questo giornale Franco Dionesalvi)  le considerazioni e le conclusioni di Francesco Merlo su “La Repubblica” che, in tono con articoli in cui, con una prosa ora elegante ora barocca, mescola brillanti annotazioni e antropologismo di seconda mano,  rinverdisce i fasti del romanzo antropologico positivista (quello dell’inferiorità razziale del Mezzogiorno d’Italia) di Alfredo Niceforo. Gli emigrati rumeni o che delinquono, quasi per loro indole razziale o etnica, trovano una migliore accoglienza al Sud, dove le persone sarebbero sostanzialmente tendenti al crimine o comunque immersi in un contesto totalmente criminale.

Viene così inventato un “idealtipo" calabrese (o meridionale) negativo: tutti gli abitanti di questa terra sarebbero uguali, pessimi, “maledetti”, ragion per cui essa non avrebbe più scampo se non nel rinnegare sé stessa. Un esito perverso delle posizioni razziste consiste spesso nella loro capacità di influenzare le stesse persone vittime del pregiudizio. Ho sentito che qualche studioso calabrese (magari per disperazione, magari perché epigono della retorica della classicità) avrebbe proposto di cambiare la denominazione Calabria con quella di Enotria o di Italia, dal nome dei primi abitatori della regione. Per il desiderio di vantare origini illustri e lontane, si finisce così con il cancellare e il rinnegare la storia millenaria controversa e complessa di un territorio che ha affermato un’identità mobile e plurale con il nome Calabria. Si interiorizza il punto di vista dell’osservatore esterno e si propone persino di rinunciare, quasi vergognandosene, al nome della terra di nascita o di appartenenza.

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Le conseguenze più drammatiche e devastanti delle negazioni esterne sono quelle di ingenerare, spesso, negli osservati, in questo caso, nei calabresi, risposte sbagliate e conclusioni consolatorie, affermando stereotipi di segno contrario, ma non meno dannosi di quelli che si vogliono contrastare. Certo è necessario e doveroso che i calabresi spediscano al mittente (in forme varie) tutti i luoghi comuni che vengono costituiti quotidianamente nei loro confronti. Non è difficile mostrare il carattere “idelogico”, strumentale, opaco di tanto indiscriminato negazionismo che conoscono le popolazioni del Sud, in un momento in cui le regioni e le “questioni” meridionali non sono più di moda, non hanno appeal, non trovano più udienza nemmeno presso il ceto politico meridionale.

Credo, tuttavia, che confutare e ostacolare pregiudizi e luoghi comuni sia riduttivo, anche perché sulla decostruzione del paradigma razzista saltano spesso i creatori della retorica identitaria.

Vedo in agguato, infatti, quelli che affermano una sorta di razzismo rovesciato per cui noi calabresi saremmo migliori degli altri, che hanno la colpa di non capire e di non capirci, di non vedere quanto siamo antichi, bravi, magari sfortunati e abbandonati. L’esaltazione di un’astorica e monocromatica identità calabrese, che spesso sfocia nella sdolcinata calabresità, finisce col negare la ricchezza, la bellezza, la complessità di una Calabria plurale, che si è affermata nel corso dei secoli. Questa angusta concezione dell’identità porta lentamente a una sorta di “sindrome dell’assediato” per cui noi dovremmo difenderci da tutti gli altri che ci vogliono male e non ci capiscono. A una sorta di “sindrome dell’incapace” per cui siccome noi da soli non possiamo farcela, non siamo capaci, abbiamo bisogno della comprensione e del sostegno degli altri. E così oscilliamo tra tendenza all’autoesaltazione e tendenza all’autodenigrazione, tra “spirito” di conservazione e tendenza all’autodistruzione. Questa identità per opposizione e con rancore finisce col condurre a una sorta di negazione dell’altro a noi vicino, del paesano, degli abitanti del paese vicino o dell’altra provincia.

Sono molte le ragioni storiche e antropologiche, anche geografiche e ambientali, strutturali ed economiche, lontane e vicine, della “separatezze” e delle conflittualità presenti nella nostra regione, ma è facile vedere che tante conflittualità e campanilismi, segno della persistente difficoltà della Calabria di pensarsi e viversi come un’entità con le sue diversità, sono il risultato dell’incapacità delle élite politiche, culturali e intellettuali di pensare, progettare, inventare una cultura della proposta e del fare, una diversa identità, non in contrapposizione agli altri o per difendersi dagli altri, ma per sé e in una prospettiva di dialogo con gli altri. La costruzione di una nuova identità aperta e dinamica non può che essere frutto di scambi, dialoghi, reti, intrecci e invece la politica (e non solo) dell’ultimo ventennio si è mossa in zone anguste, in particolirismi esaperati, in logiche di apparati e clan chiusi, in difesa di interessi particolari, in risse intestine e laceranti, in faide cruenti, che hanno finito con il soffocare spinte innovative e spegnere quei piccoli segni che sollecitavano il mutamento.  Questa deriva antropologica, che riguarda tutti, ha finito col fare prevalere quel tipo di “calabrese” che la mattina si alza per litigare con qualcuno e non trovando con chi prendersela si lamenta con se stesso ed ha soffocato un altro tipo di calabrese che, anche in passato, pure tra isolamenti e difficoltà, ha saputo raccordarsi alla cultura nazionale ed europea.

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La retorica identitaria, una visione angusta di sé e degli altri, la sindrome dell’assediato o dell’incompreso, l’enfasi della “calabresità”, la nostalgia lacrimevole del “buon tempo andato”, hanno finito con il provocare una sorta di narcosi e di addormentamento  “collettivo”, hanno costituto un unguento consolatorio a buon prezzo, hanno in maniera subdola, ricattatoria, sotterranea, cancellato il senso della responsabilità individuale e di gruppo, e impedito il mutamento. Sono stati funzionali ai conservatori dello status quo e a nuove figure emergenti (nei diversi settori), tra di loro collegati e complici, che si sono accaparrati miliardi di fondi pubblici. Se in passato, come diceva Alvaro, i gruppi dirigenti hanno costruito le loro fortune sfruttando le catastrofi (terremoti, alluvioni, frane, che comportavano spostamenti di abitati e costruzione di opere pubbliche e private) quelli di oggi hanno, con la complicità della più recente «catastrofe» della nostra storia (la ’ndrangheta), hanno, di fatto, utilizzato la retorica delle risorse e anche quella dell’identità per grandi e piccole speculazioni.  

Eccoli, mi pare di sentire e di “conoscere” (nel senso adoperato da Pasolini) coloro che hanno devastato paesaggi, ambienti, paesi, spiagge, culture piangere in maniera sdolcinata sulla bellezze della Calabria. Eccoli quelli del “non siamo tutti uguali”, “bisogna parlare delle positività della Calabria” delle sue ricchezze, delle sue risorse mentre sciupano e dilapidano patrimonio paesaggistico e culturale. Eccoli quelli che “noi abbiamo la sopressata e il peperoncino” e che riducono a folklorismo ogni prodotto, e non riescono a trasformarlo in risorsa.

Esiste in Calabria una schiera fitta e variegata di persone che vorrebbe  creare il calabrese “dop” o il calabrese “doc”, pretenderebbe di registrare il marchio del calabrese “verace” e “autentico”, un idealtipo di cui in molti si sentono espressione genuina e con questo marchio cercano di vendere la loro merce scaduta, di commercializzare i loro prodotti artefatti.

C’è chi quotidianamente  vorrebbe assegnare la patente di buon calabrese, pretenderebbe di pesare i grammi o chili di calabresità e per tale via sconfessare quanti non concordano con loro, non ne assecondano i progetti, non ne seguono le orme, non vanno a bussare alla loro porta.

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rosa 2 rid.jpgBellezza, paradossi, pesantezza di quella che viene chiamata identità calabrese. Un milanese, un torinese, un lucchese la mattina si alza, va al lavoro, compra il giornale, fa le proprie valutazioni politiche, approva o critica l’operato del governo dell’amministrazione del luogo in cui vive. In Calabria, ci si alza e bisogna fare i conti con la propria appartenenza, con un peso legato all’essere rimasto o all’essere partito o tornato. Se ti trovi a criticare l’operato di questo o quell’uomo politico, a non aderire a trasversalismi vari, a non volere cordate e clan, a dire la tua, rischi di diventare nemico della Calabria, sei accusato di non amarla. A questi imbonitori identitari non viene in mente che non esiste una Calabria, ma mille Calabrie, tanti modi di essere, di sentirsi calabresi. Non viene in mente che se la Calabria gode di discredito fuori ed è appannata nella percezione che dà agli altri questo accade a causa dei loro comportamenti o delle mancanze di chi pensa di rappresentare  e raffigurare la regione.

Bisognerebbe che i calabresi si costituissero parte civile contro tanti distruttori di cose e  valori, ma anche di immagini. Bisognerebbe portare in giudizio quanti con le loro azioni danno pretesto e alibi agli osservatori esterni per cancellare e rendere quasi invisibile la Calabria.

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La domanda chiara, decisiva e ineludibile, a cui bisogna rispondere senza finzioni e menzogne, deve essere: perché gli altri hanno questa immagine di noi, perché considerano la Calabria terra lontana, inafferrabile, innominabile e i calabresi così perduti da proporre loro di rinunciare anche al nome? Perché gli altri ci vedono e ci descrivono come perduti? E’ responsabilità soltanto della miopia o della presbiopia dello sguardo esterno? E’ soltanto un limite, una forzatura dei media, dei giornali, della televisione o non c’entra anche il nostro modo di essere? Delle immagini negative sono responsabili soltanto gli altri o noi calabresi non abbiamo anche le nostre responsabilità, le nostre colpe? Le immagini non raccontano, pure se in maniera distorta e fuorviante, anche quello che non sappiamo trasmettere?

Noi calabresi (tutti, anche se con diversi gradi di responsabilità), non solo chi governa (o non governa), non solo la ’ndrangheta, non solo chi iccupa posti di potere, non siamo indenni da colpe. La sovraesposizione negativa della Calabria e la sottoesposizione, per fatti positivi, chiamano in causa (si intende in maniera diversa, con diverse responsabilità) tutti, mettono in gioco il nostro senso di responsabilità. Proviamo soltanto a ricordare alcuni degli eventi accaduti in Calabria negli ultimi tempi: decine di morti di ’ndrangheta in tutte le aree della Calabria; l’omicidio Fortugno; la drammatica alluvione di Vibo e Bivona; gli incendi devastanti della scorsa estate; un Consiglio regionale in buona parte indagato (in attesa che la magistratura faccia chiarezza);  inchieste come “Dinisty”, “Do ut des”, “Poseidone”, “Why not” (che fanno vedere a livello giudiziario un intreccio tra politica, malaffare, ’ndrangheta: quello che a livello politico era già noto); i drammatici fatti di Duisburg; la vicenda De Magistris; la lotta all’interno della magistratura e tra magistratura e politica; gli attentati, le minacce, gli avvisi quotidiani; le minacce di morte a magistrati come Nicola Gratteri; il trasferimento a Campobasso di mons. giancarlo-bregantini.jpgBregantini. Sono tutti fatti, profondamente diversi tra di loro, ma che pongono “meritatamente” la Calabria in prima pagina e al centro dell’attenzione nazionale. Indipendentemente da come questi fatti vengono trattati (con superficialità, con attenzione, con pregiudizio, con parzialità, con tendenza alla morbosità e così via) dai media, è innegabile che sono fatti gravi avvenuti per colpa, per responsabilità dei calabresi.

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Conosco a memoria l’elenco delle cose positive, delle novità che si affermano nella regione, dei movimenti di opposizione allo stato delle cose. Forse dovremmo guardare al nostro presente con maggiore fiducia e con speranza, ma anche con minore indulgenza, con meno compiacimento, con meno senso di essere vittime degli altri. riconoscendo i lati negativi e ombrosi della nostra storia. Mons. Bregantini ha scritto (Conclusioni della Conferenza Episcopale Calabra “Cristo Nostra Speranza in Calabria” (Vibo Valentia Marina, 3-5 marzo 2006) che abbiamo bisogno di scrutare, interpretare, rispondere. Abbiamo bisogno di creare occasioni per fare diventare la nostra vita più acuta, «per cogliere insieme sia le tante risorse che ci sono in Regione che i grandi limiti e peccati nella nostra terra». C’è, come ricorda padre Pino Stancari, un “sottoterra” che non va inteso in senso geografico o geologico, ma allude a viscere sotterranee, a profondità che non appaiono superficialmente e non sono facilmente discernibili. Il sottoterra ha una sua ambiguità: o voragine possessiva e rapinatrice oppure profondità sotterranea che è in grado di esprimere una capacità di accoglienza sorprendente. Anche il cielo ha una sua ambiguità: il cielo può essere inteso come fuga, scivolamento nel mito o anche come apertura, grande prospettiva, capacità di slancio, prontezza di andare all’altrove. C’è una corrispondenza speculare tra l’abisso che si spalanca sotto e dentro di noi e il cielo luminoso e largo. C’è un percorso dentro da compiere. Le grotte di cui è disseminata la regione e che hanno segnato nella lunga durata la storia religiosa della Calabria sono metafora di un collegamento tra sottoterra e cielo, sono metafora di un’opera di scavo e di ricerca dell’ombra, di faticosa e sofferta ricerca dell’identità. Ci sono aspetti luttuosi, melanconici, nella nostra mentalità, nella nostra antropologia, da collegare a una storia complessa (a catastrofi, invasioni, fame, invasioni) che vanno riconosciuti, assorbiti. Possiamo essere orgogliosi delle nostre virtù se sappiamo riconoscere e assumerci i vizi, possiamo elogiare e commuoverci per le bellezze, se sappiamo indignarci per le distruzioni che abbiamo compiuto, possiamo gloriarci della nostra accoglienza, se riconosciamo i nostri rifiuti. Dobbiamo riconoscere i lati ombrosi della nostra storia. Dobbiamo scrutarci senza indulgenza. Senza autolesionismi, ma senza semplici autossoluzioni. Le responsabilità non sono sempre altrove, sono anche qui, sono anche nostre.

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Sono partito da i versi della canzone di Rino Gaetano, non avendo un percorso prestabilito. La pagina bianca è affascinante e insidiosa. Non sai bene dove ti porterà. Dopo un giro un po’ tortuoso, vorrei ricordare i versi di un grande poeta calabrese, lucido e sofferto, Franco Costabile. Li accosto a quelli di Gaetano non per contrasto, ma per combinazione. Il piacere del Sud, dell’appartenenza, dell’identità non può diventare sterile compiacimento ma deve accompagnarsi ad operazioni di verità. Scrive Costabile: «Ecco/io e te, Meridione, /dobbiamo parlarci una volta,/ ragionare davvero con calma,/ da soli, /senza raccontarci fantasie/ sulle nostre contrade./Noi dobbiamo deciderci/ con questo cuore troppo cantastorie».

Guardare, scrutare, riconoscere le nostre ombre, i nostri lati oscuri se vogliamo cogliere la bellezza e la ricchezza della luce e del cielo di Calabria, delle nuvole e del mare. Diceva Padula che la miseria è stata sorella della poesia: bisognerebbe abbandonare la prima e coltivare la seconda.

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Il problema per noi resta, allora, quello di costruire e inventare da soli altre immagini, diverse da quelle che ci vengono assegnate. So bene quale e quanta sia la forza delle immagini e dei simboli per modificare anche la realtà e che a volte le immagini e i simboli sono essi stessi realtà. Tuttavia penso che un’operazione di costruzione e ricostruzione di sé non sia cosa semplice, operazione frettolosa e di una giornata. Non sia un fatto superficiale e indolore. Richiede persuasione e non retorica. Non può avvenire per conto terzi e nemmeno su commissione.

Un’altra immagine della Calabria non può essere affidata ad operazioni all’Oliverio Toscani che cerca volti puliti e normali, che mettono in posa una Calabria parziale e patinata che si sfarina ben presto sotto i colpi della dura realtà.

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Non servono operazioni di facciata alla “Gente di mare”, dove la bella Tropea, la perla del Tirreno, è soltanto un set, un non luogo filmico, per raccontare storie che non hanno alcun legame con la Calabria, che potrebbero essere ambientate dovunque e che finiscono per diffondere idea di una Calabria inesistente.

Passarelle, liturgie identintarie, presenze mediatiche e televisive, a volte pure necessarie, non hanno la forza di costruire una diversa Calabria. Non è sufficiente autoproclamarsi diversi per esserlo; bisogna che gli altri ci percepiscano e ci riconoscano come tali. Non servono nuove retoriche. Servono fatti coerenti, iniziative concrete, movimenti reali e non fittizi, che siano il frutto di intrecci e di collegamenti e non di una qualche forma di delirio solitario. E’ a telecamere spente che comincia la vita faticosa e vera nei paesi, nelle case, nelle città, nelle scuole. E’ lì che dobbiamo scoprire il senso delle regole e la pratica della legalità. Le immagini veritiere si costruiscono lontano dai clamori, in silenzio, con fatica nel rapporto continuo e autentico con gli altri. Creando economie, saperi, culture nuove, reti, scambi, intrecci.

Esiste una via interessante e praticabile che è quella di creare nuove immagini senza farsi sovrastare dalle immagini sedimentate e confuse che arrivano dal passato. Si può in maniera egregia mostrare un’altra Calabria dribblando quella vecchia, facendo una sorta di azzeramento, prosciugandola delle sue pesantezze, svuotando ciò che appare pieno e riempiendo ciò che appare vuoto. Mons. Bregantini ha ricordato come la ’ndrangheta si può sconfiggere svuotandola di senso, rendendola insignificante, mostrandone la banalità, non mitizzandola. In un certo senso è la valorizzazione dell’oblio su una memoria che spesso inibisce e imprigiona. Tuttavia anche queste operazioni alla fine ci fanno capire che non è possibile, cancellare, azzerare ciò che è stato. Bisogna assorbirlo, trasformalo in positività. Trasformare in risorsa anche le negatività. Bisogna declinare al futuro termini come memoria, tradizione, identità e soltanto così si può pensare all’invenzioni di nuove immagini. Tutto questo percorso, difficile, di lunga durata, implica però un intervento nella realtà. I simboli e le immagini sono efficaci se sono legati al fare, alla concretezza, alla vita, al corpo, alle passioni, alle speranze degli individui.

Le immagini forti, che modificano, capaci di contrastare stereotipi, sono quelle che si legano alla realtà. Le immagini per essere credibili debbono essere accompagnate dai fatti. Scrutare, conoscere, fare: ecco cosa ci ha insegnato tra l’altro mons. Bregantini. Egli ha parlato e ha agito; ha denunciato e testimoniato; ha pregato ed ha operato. Ha affermato quella cultura del fare coerente e in linea con le sue immagini. Raccontare e fare. Denunciare e proporre. Tenere insieme orizzonte di senso e azione quotidiana. Speranza ed esempi concreti, palpabili, visibili. Di disponibilità e di responsabilità soggettiva. Per questo (come abbiamo scritto con Domenico Cersosimo e Piero fantozzi su questo giornale) egli è diventato immagine e simbolo vivo di un’altra Calabria. Nel momento in cui cammina in compagnia di don Pino Strangio con la Croce egli mostra di voler espiare per gli altri, rivela amore incondizionato per la Calabria, non solo per le sue bellezze ma anche per le sue bruttezze. Non opera contro, ma per. Per questo la gente ha pianto ed è rimasta amareggiata, ha vissuto il suo trasferimento come una perdita dolorosa.

cattolica stilo.jpgLa vicenda di Bregantini però ci invita a riflettere e ad interrogarci. Unito a tanto dolore e a tanto sgomento (qualche volta a non poca ipocrisia e retorica) ho visto in qualche presa di posizione una sorta di paura del futuro, il vizio di affidarsi e di delegare agli altri, la tendenza a mettersi sempre sottotutela. Mons. Bregantini non ha insegnato e non ha praticato questo. Il “planctus” è efficace se è accompagnato dalla voglia di andare avanti, se ha un valore utopico e rigenerante. Sta a noi trasformare un lutto in occasione di rinascita, in un nuova consapevolezza. Bisogna, come scrive padre Giancarlo, «trasformare le nostre ferite di dolore in feritoie di speranza». I nostri padri, in condizioni di difficoltà, hanno fatto, hanno agito, sono diventati adulti quando erano ancora bambini. Quando diventeremo adulti noi figli di un mondo che non c’è più? Quando decideremo di camminare da soli (ma non in solitudine)? Quando invece di lamentarci e di aspettare che altri facciano per noi cominceremo a fare e a costruire da noi le nostre immagini e la nostra soggettività?

Sarebbe forse questa la via per uscire da questo stato di torpore che impedisce l’azione, di rispondere a quanti vogliono cancellare la Calabria e per ringraziare mons. Bregantini che ha mostrato e testimoniato, anche con dolore, che un’altra Calabria è possibile.

                                                                               Vito Teti        

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