Pin It
9755-calipari.jpgModeste riflessioni di un frate di Placanica sui “Servizi”, sul processo contro il militare Lozano accusato di avere ucciso intenzionalmente Nicola Calipari in una folle fuga nella notte...
La Corte di Assise di Roma ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano nel processo intentato (a spese della collettività) contro il militare statunitense Lozano, accusato di avere ucciso intenzionalmente il vicedirettore del Sismi Nicola Calipari, che stava accompagnando in Italia la giornalista Giuliana Sgrena rilasciata dai suoi sequestratori in Iraq lo stesso pomeriggio. La Corte ha motivato il provvedimento sulla base di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che attribuisce la giurisdizione sui militari presenti in Iraq allo stato d’invio: una garanzia minima per le forze di pace in un paese scosso da una estrema conflittualità interna.
mario lozano.jpgUn solo esempio: se i nostri agenti, il dottor Calipari e il maggiore Carpani, fossero stati arrestati mentre trattavano con i sequestratori - presunti terroristi - dalla polizia locale, non sarebbero stati processati dai magistrati di Bagdad, ma dal giudice italiano. Non so quanto sarebbe loro convenuto, considerato che la legge italiana vieta di trattare con i rapitori e il segreto di stato in Italia è una sorta di segreto di Pulcinella, che un’infelice norma del codice di rito lascia alla mercé del primo procuratore della Repubblica mediamente curioso... Certamente, però, non avrebbero rischiato la pena di morte!

Di fronte alla decisione della Corte di Roma, la signora Rosa Villecco sostiene che il marito è stato ucciso per la seconda volta in nome del popolo italiano (è suo diritto esprimere il suo dolore, ma dato che era una funzionaria della Presidenza del Consiglio ed ora è una parlamentare, farebbe forse meglio ad usare metafore meno suggestive), la giornalista Sgrena dichiara che ha vinto l’arroganza americana, alcuni dirigenti del PDS gridano allo scandalo, l’onorevole Casson, già procuratore della Repubblica di Venezia, certamente paladino dell’indipendenza della magistratura, vuole che il ministro Mastella si presenti in aula per dare delucidazioni, come se fosse responsabile di una sentenza emessa da una corte. A rincarare la dose su la Repubblica il professore Cassese, insigne giudice internazionale, ci spiega che l’uccisione del funzionario fu un delitto politico, senza dirci come possa essere definito tale un fatto nel quale (con una forzatura estrema delle norme) potrebbe ravvisarsi solo il dolo eventuale, mentre non esiste prova che Lozano conoscesse la vittima, la sua nazionalità ed il suo status. Insomma la tesi Cassese rappresenterebbe uno splendido esempio di responsabilità oggettiva. Ecco perché le persone intelligenti e colte mi fanno sempre paura...

sgrena.jpg Ancora la signora Villecco sostiene che sta meditando se restituire la medaglia d’oro e il nostro Presidente le telefona che il marito è stato un eroe. Io, che purtroppo non ho il tatto e la signorilità di Napolitano, al suo posto le avrei detto che è del tutto ingiustificato e di pessimo gusto far mostra di disprezzo della massima onorificenza, tanto da farne un mezzo di protesta, giusta o sbagliata che sia la decisione dell’autorità giudiziaria. Anzi mi viene in mente un vecchio ciabattino di Locri, decorato di medaglia d’oro nella prima guerra mondiale, per aver fermato da solo con una mitragliatrice un intero battaglione austriaco e mi frullano in testa alcune domande. Perché l’onorificenza è stata attribuita solo alla vittima e non anche al maggiore Carpani? Poteva essere la morte prova di valore militare, specialmente quando di fronte non stava un nemico e di conseguenza il dottor Calipari non poteva esprimere il suo coraggio con una reazione intrepida? Perché non è stata attribuita un’onorificenza al valor civile, se è vero che la vittima si stese sulla Sgrena per farle scudo col suo corpo?

Per un cittadino comune come me non c’è risposta, anche se prima di indossare il saio, ho compiuto il servizio militare, dato che ai tempi della mia giovinezza era ancora vietato fare gli schizzinosi con le armi e divertirsi con le bottiglie molotov.

villecco med oro callipari.jpg Il giornalista D’Avanzo nel suo articolo su la Repubblica coglie bene l’assurdità di alcune pretese e la vacuità di alcuni interventi, ma nello stesso tempo accenna a una presunta ostilità della quale sarebbero stati oggetto il dottor Calipari e i suoi all’interno del Servizio e a un intervento, forse di Pio Pompa, che avrebbe mandato i funzionari in un posto pericoloso. In conclusione, egli esorta ad eliminare il segreto di stato per far conoscere la verità. Il fatto che a lui siano arrivate notizie di dissidi interni dimostra quale colabrodo dovrebbe trattenere il segreto di stato.
Non sembra al giornalista che sono stati compiuti abbastanza errori contro la sicurezza? Non gli sembra che siano state dimostrate già significative debolezze del Servizio? Non ritiene che, in rapporto ai costi generali di questa struttura dello Stato e a quelli particolari dell’operazione Sgrena, sarebbe meglio smetterla di rimestare questa storia amara?

Già adesso emergono alcuni punti fortemente problematici.

Punto primo: Al vertice del servizio di sicurezza militare, come è stato reso noto a tutto il mondo, si trovava un generale della guardia di finanza, immediatamente sotto di lui un funzionario di polizia e, più o meno allo stesso livello, un altro funzionario arrestato per fatti diversi e differentemente valutabili ma comunque emersi, come ipotesi accusatoria, proprio a seguito dell’insufficiente capacità di mantenere il segreto da parte di appartenenti ai Servizi. Ora immaginate di essere un qualunque funzionario di ambasciata, un piccolo analista di uno stato pressoché ignoto, una piccola spia, quale conclusione trarreste? La nomina di un ufficiale della guardia di finanza non vi farebbe ipotizzare un rapporto di sfiducia verso Esercito, Marina o Aeronautica, i cui ufficiali s’interessano tutta una vita della problematiche relative alla sicurezza militare, compiono studi specialistici e sono direttamente interessati all’efficacia dell’attività? E non porta alle stesse conclusioni l’ingresso ai vertici del Servizio di un funzionario di polizia?

Non parliamo poi del fatto che la magistratura è sempre pronta ad aprire un inchiesta su ogni fatto in cui perde la vita un militare italiano e chiamare i servizi a testimoniare Quale affidabilità può avere un servizio alleato, le cui attività possono venire alla luce del sole in ogni momento? E se foste americani e la vostra politica fosse quella di non scendere a patti con i sequestratori, vi fidereste e aiutereste i vostri colleghi italiani, che perseguono una politica opposta, sapendo che domani un sostituto procuratore, sulla base dell’art. 204 del codice di procedura penale, può, di fatto, divulgare qualsiasi segreto?
Non metto in dubbio l’estremo valore del generale Pollari e del dottor Calipari, ma da questa situazione emergono due principi che sembrano governare l’azione della pubblica amministrazione. Il primo è quello dell’assegnazione di un incarico di elevata importanza come premio (e talvolta, secondo i maligni, per parentele o rapporti clientelari o iscrizione allo stesso club del golf), cioè in base a quello che il prescelto ha fatto oppure è e non in base alle qualità che sarebbero necessarie per adempiere con efficacia quello che dovrà fare.

Il secondo (insegnatomi tanti anni fa, durante il servizio militare, da un sergente maggiore di intelligenza vivace, forse mai promosso per il suo carattere eccessivamente ribelle) è quello dell’irrilevanza del capo. Se la valutazione dell’utilità del servizio militare e dei servizi di sicurezza, anche per motivi politici, tende a coincidere con lo zero, nessuno si preoccupa della capacità del capo di programmare, proporsi dei fini ed attuarli nello spirito della legge istitutiva. Anzi… meno egli si agita e più è gradito e stimato: importante è che faccia, senza discutere, quel che vuole chi lo ha nominato, sappia dimostrarsi attivo, ma non si azzardi a quieta movere. Dopo gli insuccessi, si è potuto scrivere che in Africa gl’Italiani combattevano contro i carri inglesi con una sorta di lattine di birra semoventi e che in Russia marciavano con scarpe di cartone ed, intanto, affidare il governo del Paese a Pietro Badoglio, che era stato il principale responsabile della tragica situazione d’impreparazione dell’Esercito.

Mi sono riferito all’Esercito anteguerra solo perché la cognizione del principio risale al mio servizio di leva, ma la prova e la dimostrazione della sua validità è possibile ogni giorno, quando ad esempio, vediamo affidare grandi aziende pubbliche a manager strapagati che hanno già rovinato un’altra azienda pubblica, consigli d’amministrazione scelti solo in base all’appartenenza politica e specialisti senza specializzazione, cialtroni nominati esperti, deputati che approvano leggi senza leggerle e altri con minor senso di responsabilità di un ragazzotto in cerca di sballo, altri ancora che incominciano a fare progetti dopo decenni di attività politica (e finora che cosa hanno fatto? chiacchiere?). Vi pare, tra l’altro, che possano essere assimilate le doti necessarie per fare il dirigente di sindacato a quelle necessarie per fare il parlamentare o, ancor di più, il presidente di una camera? Non parlo certamente degli attuali presidenti, dato che esistono spiriti aperti e intelligenze poliedriche, ma in linea generale ve la sentireste di affidare la sintesi degli interessi nazionali a chi, per tutta la vita, si è allenato a difendere la tesi o l’antitesi?
Certamente molte cose vengono abbandonate alla buona volontà e alla capacità d’improvvisare degli esecutori. Pensate solo un secondo ai due agenti italiani, catturati e uccisi durante il tentativo di liberazione, con la collaborazione di truppe francesi, e prontamente dimenticati. Vi pare segno di preparazione impiegare in un’operazione d’intelligence in un territorio ostile due militari senza nessuna copertura e senza nessuna conoscenza della lingua locale? Non impariamo mai nulla da quello che succede?

A proposito, avete mai visto un film italiano che trattasse di eroi rimasti vivi?

Punto secondo: Quale competenza aveva il Sismi nel caso di sequestro di una giornalista italiana all’estero? Praticamente nessuna a meno che la giornalista non fosse un’informatrice di primo piano (assurdo!) dei Servizi o non avesse raccolto notizie di vitale importanza (improbabile!) che se rivelate, magari sotto tortura, avrebbero potuto comportare danni gravissimi. La giornalista presumibilmente non conosceva nemmeno l’arabo e doveva fidarsi di quello che le raccontavano testimoni scelti a caso e della traduzione di interpreti locali. Allora l’affidamento della missione al Sismi, come si può intuire, poteva essere imposta solo dalla presenza di fonti di primaria importanza sul posto o da qualcosa che consigliasse di non divulgare mezzi usati e procedure adottate.
Comunque stessero le cose, si doveva evitare che il Sismi balzasse alla ribalta con un vicedirettore che si recava personalmente in Iraq, dimostrando certamente coraggio e determinazione, ma una evidente forzatura del ruolo ricoperto. C’è chi deve organizzare, programmare e controllare l’operazione e c’è chi deve eseguirla! Era proprio il caso di applicare la regola, imposta da una legge fumosa dello stato sulla razionalizzazione della pubblica amministrazione (approvata ma mai applicata) che imponeva di distinguere staff e line. A proposito vi pare che sia corretto usare parole inglesi in una legge italiana?

Esprimo solo pareri personali, non sapendo come siano andate le cose.

E’ possibile che l’appuntamento con i rapitori non facesse prendere in considerazione alcun imprevisto? Non era da considerare sommamente imprudente che si recasse sul posto il vicedirettore del Sismi che poteva diventare un ostaggio prezioso? Perché non mandare un agente adatto che parlasse l’arabo, che disponesse di un patrimonio informativo meno completo e la cui cattura non avrebbe causato danni irreparabili alla sicurezza? Quali passi erano stati fatti nei confronti dei Servizi dei Paesi alleati? Possibile che il Servizio non fosse in grado di convincerli a collaborare, cioè a fare l’unica cosa che era di sua competenza? Che senso aveva quella folle fuga nella notte? Perché non servirsi di un veicolo dell’Ambasciata o dell’Esercito o addirittura non farsi scortare da un carro armato statunitense? E’ sicuro che ufficialmente gli USA e gli altri Paesi seguono una politica diversa in materia di ostaggi, ma i Servizi segreti servono appunto a fare operazioni segrete… Altrimenti servono a poco, anzi a niente. E se invece del dottor Calipari fosse morta la giornalista, non sarebbe stato inevitabile aprire una seria inchiesta sul modo di condurre l’operazione? Non escludo che le evidenti anomalie possano avere delle precise spiegazioni, ma se queste ultime in qualche modo dovessero portare alla violazione del segreto di Stato, allora sarebbe stato necessario evitare tutto il clamore suscitato. In Italia, però, tutto diventa materia di lotta politica e pretesto per tante persone, che hanno il tempo e le energie sufficienti, di scendere in piazza e manifestare non si sa contro chi, forse pensando di far paura a terroristi che stanno a migliaia di chilometri di distanza o agli americani che hanno altre gatte da pelare.

Punto terzo: Da questa e da altre vicende emerge una sostanziale situazione d’incertezza sui compiti dei servizi e sulla loro organizzazione praticamente indecifrabile (questo è un bene perché inganniamo le spie nemiche) e una vulnerabilità senza limiti nei confronti della magistratura, che li pone allo stesso livello di qualunque forza di polizia. Allora tanto vale eliminarli e risparmiare soldi. In poche parole, anche dopo diverse riforme, restano essenzialmente, nell’immaginario collettivo e nel gioco politico, i servizi nati nella guerra fredda, in cui un partito grosso quasi quanto quello al governo si collocava nell’area d’influenza del blocco comunista, ufficialmente nemico. Trascurati dalla parte governativa e osteggiati dall’altra, oggetto di contesa tra ministeri, alla fine si sono evoluti nella struttura trinitaria attuale frutto più della ricerca di un equilibrio interno tra poteri che del miglioramento dell’efficienza.
Prima di discutere sulla riforma dei Servizi, forse sarebbe giusto far scrivere ai deputati interessati un riassunto del libro di Riccardo Malpica, il prefetto direttore del SISDE arrestato nei primi anni ’90, anche per rendersi conto di quali sono i problemi reali ed evitare di seguire tutta la mitologia dei servizi deviati, della strategia della tensione e delle altre piacevolezze inventate da efficienti servizi stranieri avversari, ben forniti di agenti consci o inconsci, compresi utili idioti e disutili intelligenti, che hanno approfittato di ingenuità, iniziative stupide, piccole truffe o sconsiderati rapporti con le fonti (instaurati con tutto l’entusiasmo irrazionale dei neofiti privi di esperienza) per gettare del fango sui servizi e, di fatto, neutralizzare la loro azione.
Forse a nessuno conviene guardare in faccia la realtà. Il complottismo è una risorsa nazionale, con la quale si sono sviluppate e consolidate carriere di giornalisti e di rappresentanti di tutti i poteri dello Stato.

Continuiamo così, ché andiamo bene!!!
Fra Dionisio Ponzio

Aggiungi commento

10


Codice di sicurezza
Aggiorna