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frate.jpgFrastornato e impressionato dall’uso trionfalistico dei risultati dei numerosi sondaggi sull’esito delle prossime elezioni politiche, mi chiedo a chi siano rivolti i messaggi su presunte disfatte dell’avversario politico, su sorpassi, su rivolgimenti di fronte. Il mio primo istinto (e penso di tutti quelli che hanno la mia stessa struttura mentale) è quello di andare a votare per la parte che sembra meno forte e, se fossi perdutamente attaccato all’altra, potrei pure risparmiarmi il fastidio di andare a votare per uno dei suoi rappresentanti, perché mi sembrerebbe di uccidere, come il vile Maramaldo, un uomo morto.

Su un piano puramente logico uno dovrebbe tentare di nascondere al nemico la propria forza per evitare insidiosi attacchi. Si deve dedurre che il trionfalismo è una prova di comportamento irrazionale? Nemmeno per sogno. Esso non ha come obiettivo l’elettore comune, ma quella folla immensa di gente, collegata ai partiti, che si attende un vantaggio diretto dalla vittoria, cioè politici di rango inferiore, galoppini, portaborse e clientes di ogni genere. C’è chi si è laureato a trentadue anni e attende il posto in banca, c’è chi spera di ottenere un posto alla Regione, c’è chi ha avuto la promessa di essere nominato consulente, c’è chi deve sistemare l’amante, come portaborse, c’è chi ritiene che una parola del futuro onorevole servirà ad accelerare la pratica per il riconoscimento dell’invalidità della suocera, c’è chi non vede l’ora di dimostrare al proprio medico la gratitudine per aver fatto ricoverare la solita amata suocera eccetera, eccetera, eccetera, insomma un numero di persone proporzionale alla quantità di pretese o di bisogni reali insoddisfatti. Tanti nelle regioni meridionali, ma non assenti in quelle settentrionali. L’importante, come mi ha spiegato il mio amico onorevole (strappato, purtroppo, da una malattia ad una brillante attività di assenteismo parlamentare) è che le richieste siano ascoltate, ma esaudite il più tardi possibile, altrimenti l’elettore si disamora dal suo rappresentante…

Ad esempio una visione più chiara del sistema dei grandi elettori (offuscata solo dalle considerazioni sulla mafia, obbligatorie per legge in Calabria) ci è stata regalata con la divulgazione delle intercettazioni, nel caso dell’omicidio Fortugno, relative alla scelta dei candidati al consiglio regionale della Calabria: Tizio politicamente non capisce niente, ma deve essere candidato perché dispone di un certo numero di voti, anche se è probabile che non ce la faccia, perché sembra che non vada d’accordo con il suocero e così venga favorito Sempronio che, pur essendo stato eletto in precedenza come rappresentante della destra, porta con sé quindicimila voti e quindi non può essere rifiutato dal gran tessitore del centro sinistra …).

Mi chiedo come l’effetto di queste trasmigrazioni possa essere calcolato dai sondaggisti… Io che viaggio con treni regionali ed autobus frequentati soprattutto da pensionati e povera gente che va in ospedale (nonché da studenti in tutte le ore del mattino, dato che la frequenza delle scuole sembra lasciata al libero arbitrio dei ragazzi), so che ogni discorso, se si parla di politica, finisce immancabilmente con la frase: “Tanto sono tutti uguali…” e scopro che gran parte dei conversatori vive di pensioni, spesso minime, guadagnate in Australia, in America, in Germania. Mi ritorna alla mente che alle elementari, negli anni 50, c’insegnavano che l’Italia viveva soprattutto di agricoltura e di rimesse degli emigrati.

Mentre cammino, guardo in faccia gli elettori che incontro, ma non riesco ad immaginare per chi voteranno e forse molti di loro nemmeno lo sanno ancora, finché non arriverà un amico a chiedere il piacere di dare il voto a Caio o a Sempronio. E loro lo faranno, tanto sono tutti gli stessi. Non si tratta di qualunquismo, si tratta di un realismo in linea con le idee espresse dal mio confratello Agapito nella sua dissertazione De populi potestate, che sicuramente non pubblicherà mai, non tanto perché in Italia i conoscitori del latino sono ormai pochi, ma perché sostiene che i suoi maestri, Cristo e Socrate, non lasciarono nemmeno una riga. Certo esistono i tifosi che voteranno immancabilmente per lo stesso partito per il quale votarono a 21 anni, come un mio amico, compagno di scuola e impiegato comunale, al quale sono spuntate le lacrime agli occhi, al pensiero che probabilmente il prossimo anno non ci sarà più la festa dell’Unità.


Sostiene frate Agapito che caratteristica principale della democrazia non è tanto la capacità di partecipare ad elezioni che ratifichino scelte precedentemente fatte da altri, quanto quella di mandare a casa rappresentanti che non godano più della fiducia dei cittadini. Mentre tesse le lodi del petalismo siracusano e dell’ostracismo ateniese, si chiede se, in un sistema che prevede che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato (art. 67) non debbano essere considerati anomali e in contrasto con lo spirito di altre norme costituzionali fatti come quello che si presentino dei candidati in più collegi e altri in singoli collegi oppure che qualche migliaio di elettori della Val Figulina possano imporre a milioni d’italiani, anche senza volerlo coscientemente un cretino che, per una battuta di spirito cretina, ha provocato già gravi incidenti diplomatici e la morte di uno o più soggetti nel corso di manifestazioni di protesta oppure un capo partito e un numero imprecisato di elettori disattenti della Nuova Beozia possano stabilire che sieda in parlamento per cinque anni un tizio che non lascereste solo in una stanza con il vostro ragazzo quindicenne per tutto l’oro del mondo o una tizia alla quale non affidereste temporaneamente nemmeno il vostro cane. Secondo l’autore della dissertazione le liste dovrebbero essere uniche a livello nazionale per la Camera e aperte a tutti coloro che hanno l’elettorato passivo fin dal giorno successivo alla conclusione delle elezioni precedenti, mentre dovrebbe essere prevista la possibilità di un voto contrario, unico strumento utile che possa limitare i guasti del sistema imperante della cooptazione e del nepotismo. Non continuo perché non vorrei provocare campagne contro il confratello, in questi tempi di galoppante laicismo, in cui dei professori di fisica perdono tempo a manifestare contro il papa e si sentono superuomini perché non credono. Conosco molta gente che non crede né a Dio né al diavolo e non si arroga il diritto di imporre agli altri le proprie opinioni. Soprattutto non vorrei far fare ad Agapito la fine di fra Tommaso Campanella, altro figlio strano di questa terra, che pensava di essere venuto al mondo a debellare i famosi tre mali estremi, tirannide, sofismi, ipocrisia.

Ho sempre odiato il sistema maggioritario, storicamente rivelatosi come il mezzo più idoneo per distorcere i risultati di un sistema elettorale che tende a dare lo stesso valore al voto di ogni singolo elettore. Lasciando da parte l’uso che se ne fece in passato in altri Stati europei, in pratica quando si parla di “governabilità”, di “democrazia che decide”, non si fa altro che giustificare l’aspirazione del potere di eliminare dal suo cammino il maggior numero degli ostacoli e di autoconservarsi. L’Italia, che ha avuto più partiti (anche se chiamati correnti) all’interno della DC di quanti ne hanno complessivamente altri Stati in tutta la loro storia; l’Italia che ha visto dissolversi improvvisamente la DC attraverso l’operazione conosciuta come Tangentopoli e nello stesso tempo il PCI che aveva pianificato qualcosa di simile fin dagli anni 70 (con lo slogan delle mani pulite) e ancor prima aveva sperato di ottenere lo stesso risultato attraverso la Commissione antimafia; l’Italia che vide approvare la legge Acerbo, che portò al potere il fascismo, anche con l’appoggio di De Gasperi, che tentò un’operazione simile con la cosiddetta legge truffa; l’Italia, dimenticando tutto questo e soprattutto che erano stati per anni partiti minimi ad essere decisivi per la formazione dei governi, negli anni 90, ha adottato una delle tante leggi stupide, prive di qualunque contatto con la realtà, una legge taumaturgica, che avrebbe dovuto ridurre a due centri di potere una miriade di grumi di ambizioni spesso fondate su pochi meriti e alimentati da molta presunzione.

Nessuno addebiti al Porcellum tutti i mali del mondo, dato che la maggioranza, se la legge non avesse fatto comodo ai partiti che la compongono avrebbe potuto toglierla di mezzo con un solo articolo: Il Porcellum e’ abrogato e torna in vigore il Mattarellum. La verità e che tutti parlano male del porco, ma poi s’ingozzano di salami e mortadelle.

Mi chiedo, a un certo momento, perché mai (mi perdoni l’onorevole interessato, già sindaco di Roma, perché non intendo sminuirne i meriti, che avrà certamente, ma che io colpevolmente non conosco) io dovrei credere che un diplomato in cinema e televisione sia il meglio che noi abbiamo per affidare la riforma di un paese, in cui la giustizia fa acqua, la burocrazia è soffocata da leggi inutili, cinquanta persone strumentalizzate possono bloccare il piano dei trasporti europeo e il governo non sa impersonare il ruolo della “democrazia che decide”. Perché è un finissimo ed originalissimo storico? Cito dal suo libro “La nuova stagione”: L’egemonia comunista sulla sinistra, unico caso in tutto l’Occidente, aveva precluso alla sinistra stessa la via del governo, rendendo impossibile l’alternanza e il ricambio alla guida del Paese. Era stata il frutto, quella egemonia, di un’intuizione geniale: fare del PCI non un partito di professionisti della rivoluzione, ma un grande partito di massa, fortemente radicato nella società italiana e per questo capace di contribuire a governarla: non da Palazzo Chigi, ma dal Parlamento, dagli enti locali in vaste zone del Paese, attraverso le lotte sociali e sindacali, con una imponente produzione intellettuale.


Lasciamo perdere il seguito. Mi perdoni l’autore, ma mi pare che si è perso qualcosa della storia italiana. Sembra strano che un dirigente comunista dica che l’Italia ha fatto la scelta giusta aderendo all’Alleanza Atlantica, dopo aver mandato operai e studenti a scontrarsi con la polizia in mille occasioni, ad imbrattare i muri di mezza Italia di scritti contro la NATO e gli USA, a parlare dell’ineluttabilità della lotta classe. Noi pensavamo che i comunisti ci credessero e ci credevano tutti coloro che scendevano in piazza cantando “Bella ciao” e ritenendo che fosse stata scritta contro la polizia fascista per definizione. Non sapevamo che il Paese con il più grande partito comunista e i più forti sindacati, i cui dirigenti non avrebbero certamente condiviso i disagi dei loro rappresentati e le ristrettezza di molti pensionati, sarebbe diventato il Paese con i più bassi salari e i prezzi più alti d’Europa, governato da banchieri e consulenti del capitale americano.


Mi perdoni l’autore, ma forse ha dimenticato che la strumentalizzazione della Resistenza ed il doppio volto della dirigenza comunista, avrebbe convinto le cosiddette avanguardie a insanguinare per oltre un decennio l’Italia, avrebbe spinto un’intera generazione a massacrarsi per le strade a colpi di spranga e di bastone, a creare simboli con mitra e P38, a credere nella rivoluzione e nella dittatura del proletariato. Forse non considera, dato che è troppo giovane, che una massa di ragazzi a metà degli anni 40, in tutto il Nord, si trovò di fronte a un bivio: obbedire a un governo apparentemente legittimo che li chiamava a compiere il servizio militare oppure darsi alla macchia e combattere contro un governo fantoccio messo su dagli occupanti. Non hanno avuto il suo stesso destino che ha fatto carriera con il partito comunista, anti-Nato e anti-USA, e si è potuto pentire senza perdere i privilegi acquistati. Dell’imponente produzione intellettuale poi vorrei avere la bibliografia, anche per scoprire se sono libri che possano essere fruibili anche oggi oppure si tratta di mero materiale propagandistico o di saggi, accorati accodamenti all’ortodossia comunista e resistenziale.

Mi pare, anche, che qualche sospetto d’ipocrisia possa sorgere anche aprendo il libro a pagina 46. dove il politico scrive: Dar vita a una forza plurale attraverso non il semplice accostamento, ma una creazione nuova. Far nascere, finalmente,il Partito democratico, la grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto. Il cammino iniziò nel 1995, per iniziativa di Romano Prodi. Cominciò facendo nascere in tutta Italia, comitati di cittadini. Comitati che univano le forze politiche e la società civile. Così vincemmo elezioni che sembravano perdute e così governammo l’Italia assumendoci responsabilità alte e difficili. Così raggiungemmo l’obiettivo dell’Europa. E non posso, qui, non rendere omaggio a un grande artefice di quel cammino, a un protagonista della vita del Paese e delle nostre istituzioni: Carlo Azeglio Ciampi. E in quegli anni assumemmo anche il compito di interpretare un ruolo attivo dell’Italia nei momenti più aspri delle violazioni dei diritti umani nei Balcani. Un’Italia…


Ci sarà un giorno in cui ci chiederemo se è più importante che le cose avvengano oppure come e perché avvengano tanto per l’unità d’Italia quanto per l’unità monetaria europea e se raggiungere un obiettivo sia un successo se non si considera quello che avverrà in seguito. Vediamo piuttosto quali sono state le alte responsabilità assunte dal primo governo Prodi, secondo Veltroni.


Se in Italia sussistessero le condizioni per un giornalismo d’inchiesta indipendente, sarebbe necessario cercare di scoprire chi ci ha guadagnato con la vicenda del Kosovo o se, come al solito, noi Italiani ci siamo fatti coinvolgere per tutelare interessi di altri Stati e, in ultima analisi, di qualche potentato economico. Mi fermo, perché potrei dare l’impressione di essere favorevole ad altre formazioni politiche. Alla mia età posso permettermi di non avere più passioni per nessuno, tanto meno per piccoli ambiziosi che sperano di vendere caro il seggio guadagnato, riservandosi di offrirlo al maggiore offerente. Ma allora perché ho parlato di Veltroni? Perché ho comprato il suo libro per 10 euro e ho voluto esercitare il mio diritto di critica e perché lo spettacolo delle primarie mi è sembrato meritevole dell’Oscar dell’ipocrisia, un’amara vicenda in cui la Bindi e quell’altro di cui non ricordo il nome si sono abbassati a fare da spalla al vincitore predesignato.

                                          12 Aprile 2007                                                                            Fra Dionisio Ponzio

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